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Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
sabato, 13 settembre 2008
Categoria: introduzione
Titolo: gratitudine

Anzitutto un ringraziamento alla straordinaria persona che ha reso possibile la nascita di questo luogo, con pazienza, competenza, generosità e finezza d'animo, concedendomi poi la possibilità di averla come link.

Poi un saluto ai gentili astanti, cui spero di essere in grado al più presto di offrire motivo d'interesse

Inciso da eremo2 alle ore 16:58 commenti (107)
domenica, 14 settembre 2008
Categoria: introduzione
Titolo: Grazie

Poterti aiutare a creare questo tuo spazio... In questo momento  scarso di parole..

ha aiutato anche me a non pensare... il grazie devo dirlo io...

e..

Silente dolcezza...
lo sguardo di un angelo..
che su te si posa.
rosaviola



Inciso da eremo2 alle ore 08:18 commenti (9)
domenica, 14 settembre 2008
Categoria: introduzione
Titolo: risvegli

aprire gli occhi e librarsi nel nuovo mondo, sospinti dallo zefiro odoroso di una goccia viola

una lacrima di cui vorremmo avere il segreto per trasfonderla in gioia

la stessa che ci viene donata un mattino di domenica

all'apertura di un sipario floreale



Inciso da eremo2 alle ore 14:13 commenti (6)
sabato, 20 settembre 2008
Categoria: introduzione
Titolo: Una Data..

Un anno fa, in questo giorno, accadeva una cosa che avrebbe ispirato quanto segue.
Gentili astanti, conto sulla vostra benevolenza.

QUELLA DATA SI RIPROPONE OGGI CARA SCOPINA, CON IMMUTATO AFFETTO A DISTANZA DI DUE ANNI, 
20 SETTEMBRE 2009


25 luglio 2009
(per chi volesse leggere su sfondo chiaro e senza musica i due romanzi che seguono può cliccare nella colonna sinistra della pagina iniziale sotto la voce 'amici' i link: 'scritti in chiaro ' e 'scritti in chiaro2' blog correlati, i cui rispettivi indirizzi sarebbero http://eremoii.splinder.com e http://eremoiii.splinder.com), che di fatto però rinviano a eremo2. Siccome al momento il motore di ricerca interno a Splinder non funziona (ci stanno lavorando), per raggiungerli bisogna passare di qui, e cliccare sui link suddetti.
(in scritti in chiaro dopo La Zampina Metafisica  è stato aggiunto il testo Universi Paralleli e in calce a questo il breve racconto Ologramma, mentre in scritti in chiaro2 il post La Procura delle Monache di Sonnenburg è unico, perché la quantità di caratteri speciali che contiene lo ha portato al limite della formattazione possibile)



Inciso da eremo2 alle ore 09:23 commenti (3)
sabato, 20 settembre 2008
Categoria: romanzi

                                          CAPITOLO PRIMO
 
 
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- Sei pronta Flò? - chiese Mitzi all’amica, un portatile acceso sulle gambe.
- Non lo so - rispose Floriana dopo un sospiro - mi sento inerte, scarica, con un groppo che non va né su né giù, comunque proviamo -
- Io comincerei dalla cosa più recente su cui Ivano stava lavorando, l’inizio sembra corrispondere all’epoca del suo ultimo doppler, fatto quasi un anno fa, con i risultati riportati sotto un file che raggruppa i dati sulla sua salute, l’insufficienza aortica peggiora e teme la necessità di un intervento -
- Pensa tu, mai neanche un cenno -
- Il titolo del testo è al passato e parla di sé in terza persona, la dice lunga, vado? -
Ottenuto l’assenso cominciò a leggere da una cartella denominata genericamente ‘Scrittura5’, il cui contenuto era un unico file, che cominciava così:
 
Ho abitato la macchina umana
 
I
 
Tanti lampi di telefonini incrociati fra studenti tumultuanti, un signore vi capitò scendendo le scale della metro, sfondo involontario a una delle foto. “Oh e questo chi è?” avrebbero forse detto i ragazzacci scorrendo le immagini, l’estraneo era Ivano, uno che ce l’aveva anche col proprio nome, l’assonanza con invano non gli aveva portato bene.
Altra traccia successiva della sua labile esistenza la telecamera in fondo alla banchina, cui si avvicinava facendosi largo, ma la sorveglianza al momento non si curava dei monitor. Attorno sguardi vinti o in cagnesco, che la migrazione urbana del primo mattino, nello scenario di graffiti e cartacce, opacizzava a una resa anche minima di testimonianza in vita.
Magari una signora attempata l’aveva notato di sfuggita, condividendone lo spaesamento nell’attuale, e se la folla non glielo avesse nascosto alla vista non sarebbe stata smentita. Ivano infatti nella mischia non sgomitava, perciò trovava di rado da sedere anche nell’ultima carrozza, al capolinea sud della capitale.
 
- Dev’essere l’Anagnina, confuso tra la gente -
- Era proprio volersi massacrare però - commentò Floriana - rottamiamo il seminuovo, che non ci conviene stoccare, immagina se anche a quei tempi non poteva prendersi un’auto da noi, praticamente gratis -
- Nelle sue determinazioni punitive era ostinato, vedi come si dà origine? Dalla pura accidentalità, in una massa indistinta - osservò ancora Mitzi, che riprese:
.
.
 
 
Ma si premuniva, ripiegando il giornale sull’articolo a uso del tragitto, finché lo sfollamento non gli avesse permesso di sfogliare. In genere lo sceglieva tra i bizzarri, ce n’era sempre qualcuno, e uno più degli altri.
Quel mattino lo strillo era toccato ai gesuiti. Secondo un estratto ripreso dalla loro testata - non al muro - ‘gli animali non avevano l’anima, dunque non avevano diritti’. Salvo aggiungere che ciò non autorizzava maltrattamenti nei loro confronti, insomma l’agnello bastava ammazzarlo gentilmente. A parte ciò, e gli veniva in mente la discussione svoltasi presso la conferenza teologica internazionale sull’esistenza del limbo, affermata per secoli terrorizzando le puerpere fino al battesimo, e ora ritrattata, era accreditare di realtà cose mai viste o dimostrabili e fare pure confronti fra di esse.
Negando l’anima agli animali assumevano non solo che essa fosse prerogativa umana esclusiva, ma implicitamente e senza averlo dimostrato che anzitutto esistesse, compagna immateriale del corpo (naturalmente non intercettabile fisicamente per definizione) e grosso modo passaporto per l’aldilà, purché la convalida la rilasciassero i loro uffici, e i richiedenti dopo ogni volta che avessero rubato o peggio, si fossero pentiti.
 
E subito il discorso s’inquadrava nel rapporto fra credenze e pensiero razionale. Quest’ultimo rispettava serenamente il bisogno di fede per tanti. Meno che faccende private come la paura dell’ignoto, cui peraltro un po’ di riserbo giovava, si traducessero ancora nella pretesa di un’opzione egemone su quel varco da parte di solerti psicopompi, per ficcare il naso da lì su tutti gli affari mondani. Finché si trattava di pace e fratellanza benissimo, ma quando inesauste prescrizioni nel nome vicario del divino limitavano libertà civili e orizzonti scientifici, in particolare nello stato che ospitava il loro, diventavano intrusioni pesanti, radicalizzavano divisioni e paralizzavano il dibattito, fra sponde di compiacente opportunismo, d’ipocrisia timorata, o cieca sottomissione.
In quell’oscurantismo c’era coerenza. La pretesa autoreferente di erigersi a portavoci della volontà celeste, con il corollario di sacralità di ogni enunciazione ascrittale in nome e per conto da terra - spesso guardando letteralmente per aria - recideva a priori ogni possibiltà dialettica in forza del dogma. In pratica un sistema assertivo incontrovertibile, dove toccando un tasto qualunque suonava tutta la tastiera.
In cui dunque poteva benissimo rientrare la concezione che gli animali esistessero come pietanza per il brav’uomo, fatto a immagine e somiglianza del suo creatore. Ma lassù si mangiava carne? Con il capomensa canuto e dalla barba volitiva?
Ivano ribaltò la piegatura sulla seconda parte dell’articolo. Il giornalista spiegava che per attenuare le polemiche c’era stata una precisazione, con l’assenza di anima intendevano dire che spesso si riservava agli animali un affetto sproporzionato, magari sottratto ai propri simili - il bassotto col cappotto e il bambino senza latte (ndr) - ma poi certo si trattava comunque di esseri viventi, come tali andavano preservati da inutili afflizioni etc. Fine dell’articolo.
 
Più sotto estrazioni del lotto e necrologi su cui sorvolò astraendosi. Quale poteva essere il dato comune a tutti gli esseri senzienti nella forma più basilare, tale da accomunare una cellula una balena e lui? Forse l’interazione, la risposta a uno stimolo, discrimine tra animato e inanimato che definiva un’entità individuale vivente, e gli dava la possibilità di riprodursi.
Conclusione abbastanza scontata, che tuttavia lo diventava meno se ci si chiedeva chi e cosa interagisse con l’esterno, dai livelli più semplici ai più complessi del mondo biologico, e quale fosse la natura delle interazioni interne, che comportavano necessariamente la scissione in presidio e presidiato, allorché il mittente dello stimolo ne fosse anche il destinatario in altra parte di sé.


Inciso da eremo2 alle ore 11:14 commenti (13)
lunedì, 22 settembre 2008
Categoria: romanzi
Titolo: sezione 2

II
 
La sfocatura della vista sulla pagina permaneva, nella mente tornava a campeggiare la ricorrenza ‘Pasqualino’, stesso nome di due suoi gatti ospiti in successione, la cui epopea misteriosa conclusasi un anno prima lo faceva ancora soffrire.
Alla quale proprio di recente aveva reso omaggio, sveglia alle tre e quaranta, orecchio teso alla notte inutilmente. E poi all’alba in un angolo del giardinetto di casa, accanto a un arbusto di biancospino, dove una pietra li ricordava.
 
Mentre ai margini del campo visivo varia umanità addossata lo comprimeva, tra anelli al naso e nelle trippe, e un ruminare di gomme americane. C’era paragone? A chi mai gli avesse chiesto se degli animali meritassero cure addirittura postume? In teoria potevano anche avere ragione, ma semplicemente perché il loro mondo era meno popolato di amichetti del suo.
Il suo sguardo ripiegò distrattamente sui necrologi, all’improvviso gli sobbalzarono le sopracciglia, uno commemorava l’anniversario di un Gr.Uff., per congiunti e amici ‘Pasqualino’. Ecco perché il ricordo dei suoi mici lampeggiava, aveva letto quel nome senza rendersene conto, ma sarebbe stato bello pensare l’inverso, che approfittando del passaggio offerto dal giornale il caso dell’anima dell’articolo precedente fosse trasmigrato nell’anima del caso, e in saluto ineffabile per lui.
Coincidenza che ne avrebbe ricapitolate altre sul tema dei suoi cari pasqualini singolarmente sorprendenti, di fronte alle quali era ancora inadempiente. Cuore permettendo, un po’ crepato di amarezza e non solo, voleva parlarne, non come cronaca passata, ma rimembranza intrecciata al vissuto presente. Il segnale mancato del Gr.Uff., tale era perché basato solo su una sua percezione distratta, che gli aveva inconsapevolmente smosso la memoria, era una buona occasione per cominciare.
C’era un lascito che doveva spiegarsi, da razionalista di fronte alla tentazione consolatoria del dono metafisico, alle tre e quaranta di quella indimenticata esperienza..
 
Dalla metro alla ferrovia nord per l’ultima tratta del viaggio, con al termine l’abituale civetteria di fissare il cartello della banchina opposta, presso cui si sarebbe trovato la sera sulla via del ritorno, e dove avrebbe fatto la stessa cosa all’inverso con la giornata alle spalle.
 
- Continuo? Che dici? - chiese Mitzi.
Floriana assorbì un singulto in raucedine:
- Curioso eh.. che si dava appuntamento ai cartelli.. e la storia dei gatti poi non ce l’ha mai raccontata, chissà che è successo quella notte a quell’ora -
- Vorrei saperlo anch’io, speriamo che ne parli più avanti, però hai sentito? Cuore crepato di amarezza e non solo, la dice lunga su malinconia e fattori di rischio, e su una trascuratezza clinica francamente imperdonabile -
- Siamo responsabili? -
- Forse ma certo involontariamente, il problema lo nascondeva, vogliamo dire con un po’ di imprudenza di troppo? Non gli ho mai sentito neanche un’allusione e a vederlo non sembrava sofferente, tranne a volte qualche segno di affanno che poteva essere scambiato per asma, o quella sera del ballo, quando aveva avuto difficoltà, ma pareva effetto del vino, poi di là si era ripreso -
- Con le tue affettuosità? -
- Perché no, anzi sai cosa penso? Che se la cercava pure, nel senso che non faceva nulla per difendersi, magari contando proprio sul suo vulnus, e su una mano felice che se lo portasse via senza complicazioni. Vado? -
- Un altro pezzetto, non perché non ce la faccia, ma perché non vorrei che finisse -
- D’accordo, poi prepariamo qualcosa -
- Ho lo stomaco chiuso, il solo pensiero mi disgusta -
- Anche a me fa così, ma non va bene -
 
Benché manager competente, incappato nelle famigerate maglie delle cessioni parziali, a quarantotto anni Ivano era stato messo drammaticamente alla porta dalla sua azienda. E la moglie, rivendicando un monte di pretese, l’aveva lasciato sul lastrico.
 
Si era adattato ai mestieri più umili, poi memore di un apprendistato fatto da studente fuorisede aveva trovato occupazione lucidando auto, in una concessionaria che vendeva un marchio asiatico. Non gli importava della regressione, di un gioco dell’oca che l’aveva ricondotto a zero, non gli importava di niente. Voleva solo maturare contributi ed estinguere i debiti del retaggio coniugale. Dopo anni di sacrificio era abbastanza vicino a concludere. Di altro non voleva sapere. Un paese per metà ancora sedotto dalle dubbie fortune di un lestofante era inguardabile.
 
Titolare della ditta era Papino..
 
Mitzi si fermò:
- Proseguo Flò? Entrate in scena voi -
- Spero che sia stato indulgente -
Mitzi riprese:
 
.. catena d’oro e stazza a tonnellaggio amava il mare, stava sempre fuori, di tanto in tanto rientrava per i conti. Provvedevano i figli a voce alta, Floriana, primogenita di temperamento che comandava - sua in piena crisi di settore la svolta di puntare su suv abnormi, e il mercato le aveva dato scandalosamente ragione - e Maurizio, ragazzotto con due cellulari incollati che abbozzava rancoroso, cranio rasato, cravattoni, fibbia a scarpotte impunturate a lingua.
I due avevano con Ivano un rapporto ambivalente, gli davano del tu come salariato di loro proprietà, ma erano disorientati dal suo laconico distacco, temperato dai guai che teneva per sé e dal disincanto. Ufficialmente sapevano poco del suo passato, trasmesso dall’agenzia del lavoro in una stringata nota curricolare, per attività di basso profilo.
Che peraltro svolgeva irreprensibilmente, e forse con un’aria pulita che non guastava.
Intuivano però una minimizzazione lacunosa dei trascorsi, ed era probabile che lei riservatamente avesse fatto fare accertamenti su di lui, magari attraverso gli informatori della finanziaria che assisteva la clientela, perché non gli faceva domande. Lo intuiva dalla piega che avrebbe preso la situazione.


Inciso da eremo2 alle ore 09:16 commenti
martedì, 23 settembre 2008
Categoria: romanzi
Titolo: sezione 3

 

III
 
Negli ultimi tempi Floriana aveva in testa un programma di sviluppo che intendeva realizzare con le risorse interne, e probabilmente, spaziando attorno a sé e confortata dalle notizie ricevute sul suo conto, aveva messo Ivano nel mirino. Temendo le sue resistenze, per parlargliene aveva ordito un piano abbastanza feroce.
Si avvicinava l’anniversario del contratto da lei promosso con la casa madre, e c’era un sabato festivo propizio. Così dal lunedì aveva cominciato a strombazzare che nessuno prendesse impegni per il fine settimana, perché dava una cena a casa sua.
 
Alle quattordici di venerdì suo fratello Maurizio si era involato con Cinzia la squinzia per un last minute imperdibile alle Baleari, e più tardi aveva telefonato papino da una battuta di caccia balcanica, avvertendo che un’alluvione gli impediva ogni movimento. C’era da aspettarselo, quei due avrebbero riconosciuto malvolentieri i suoi meriti davanti a tutti.
 
Lei abitava sulla stessa direttrice della concessionaria, una ventina di chilometri più a nord, in un consorzio di villini nel verde. A piedi a una quindicina di minuti dalla ferrovia. Arrivare dall’altro capo della città, dove stava Ivano, che non aveva telefonino né macchina, significava un paio d’ore sicure su cui contare.
Maledetta culona, lui furibondo s’era incamminato per tempo,
 
- Qui non è andato per il sottile -
- Capirai, all’epoca stanarlo - lo giustificò Floriana - e il culo è quello che è -
- Infatti cambiò idea, poi sembrò decisamente apprezzare -
- Dici? -
- Ne dubiti o civetti? -
 
corriera metro e trenino, partenze meno frequenti delle feriali. Aveva provato a sottrarsi con una scusa, ma al solo accenno erano tremati i vetri dell’ufficio, così eccolo arrancare al freddo per vialetti brumosi e lampioncini remoti in cerca dell’indirizzo, ogni tanto latrati dalle recinzioni che lo facevano soprassalire. Un abbaiare ancora più forte e rabbioso gli lasciò presumere di essere a destinazione, ma niente luci di accoglienza né auto note nei paraggi, tuttavia l’accendino gli confermava che il numero sotto l’edera fosse quello giusto.
 
Cena rinviata, disse Floriana venendogli incontro al cancello. Un guasto alla pompa, il consorzio senza una goccia d’acqua dalle due, alle sei la comunicazione che la riparazione andava per le lunghe. Aveva potuto avvertire tutti meno lui, già uscito e colpevolmente sprovvisto di cellulare.
A quel punto però, visto che aveva scavalcato l’equatore a fette le sembrava brutto cacciarlo via, se si accontentava di fare pipì in giardino e di lavarsi le mani con la minerale qualcosa si rimediava. A lui recedere non sarebbe sembrato vero, ma lei di diverso avviso pensava di lanciargli contro i cani, sicché per non apparire scortese aveva dovuto seguirla dentro.
Dove insistevano un buffet trionfale e lo squillo del telefono, con la notizia che stava per tornare l’acqua, finalmente, ma a guaio fatto.
Ad avvertire era stata la vicina, tale Mitzi, che invitata ai saldi del banchetto si presentava poco dopo aggiungendo prosperosità e un paio di bottiglie, salutata dal rauco scoppiettìo dei rubinetti di là.
 
Con i vassoi s’erano messi in salotto, le donne in ciglio sul divano, per mobilità, Ivano di fronte in poltrona, accanto a un florido ficus. Buoni piatti e vini eccellenti, che avevano sciolto la conversazione su toni allegri, e indotto anche lui a partecipare con più dei consueti monosillabi.
Era anche piacevole vederle, presto accaldate e con una fisicità crescente, che ebbe una prima cima dopo il dessert, alle praline portate da lui con un rhum antiquariale. Rimaste sbracciate sembravano esplodere dalle attillature risicate, e a farci caso era la prima volta che Floriana mostrasse le gambe, generalmente tenute nascoste da stivali o pantaloni. Un complesso immotivato, la sinuosità accentuata del loro profilo le dava slancio, a sostegno di cosce autorevoli e un sedere perentorio.
 
- Che ti avevo detto? Ecco il ritratto - Mitzi sospendendo un istante. Floriana era arrossita.
- Pensare che mi faceva una rabbia.. sembrava non vedere niente -
- E le gambe? Non avevo ragione? -
 
Lui poteva permettersi quelle e altre considerazioni senza rischi di coinvolgimento, in solitudine e riflessione aveva cancellato ogni genere di desiderio, annullando il riconoscimento stesso della mancanza di cose e godendo della pura atarassia. Gli bastava il niente che aveva, non sarebbe tornato indietro.
Intanto parlando era venuta fuori un po’ di biografia di Mitzi. Traduceva dal tedesco, tranne brevi trasferte o consulenze in tribunale svolgeva il suo lavoro prevalentemente a casa. Le serviva tranquillità, motivo un tempo di feroce contenzioso con Floriana, quando si odiavano di santa ragione, poi lei aveva perso il marito e l’altra aveva receduto da amici strombazzanti, cambiato l’antifurto che suonava a sproposito e ammansito i cani, e un giorno dai giardini confinanti si erano parlate, scoprendosi felicemente sole. Matte risate e accuse vicendevoli, su chi in passato avesse la palma della più stronza.
Mitzi preparò una canna, mossa che per libertà e confidenza era da ritenersi concordata fra le due. Curiose della reazione?
 

 



Inciso da eremo2 alle ore 10:57 commenti (2)
mercoledì, 24 settembre 2008
Categoria: romanzi
Titolo: sezione 4

IV
 
A Ivano si era allargato il cuore, un balzo indietro di trent’anni, poi gli si allargò anche la testa, dentro la quale nuotava, inaspettatamente cominciò a produrre battute, subito raccolte dalle accese dirimpettaie, che si sganasciavano di gusto offrendo alla noncuranza delle sue perizie spalline scivolate, omeri chiomati, trasparenze, bagliori di carnato, sguardi brucianti e sconfinati. Tanto che lui abbassò il suo, lasciandolo riposare un attimo, mentre alle narici si addensavano i loro vapori traspirati, imbattibile mischio femminino odoroso di buono, motore di risvegli evidentemente non seppelliti bene.
Qualcosa fissando la pianta vicino gli richiamava l’attenzione oscuramente, realizzò, una gocciolina s’ingrandiva, serpeggiando nel fondo dell’ampio bacile su cui poggiava il vaso. Quindi annaffiato di recente, e per quanto il drenaggio del terriccio ne avesse ritardato l’effetto, che l’irrorazione potesse risalire a prima del guasto sembrava un termine troppo lontano. Doveva essere successo più a ridosso del suo arrivo, magari in previsione di riscaldamento supplementare per la serata, e la storia dell’acqua allora era una panzana, che aveva cinicamente bruciato il fine settimana dei colleghi.
La cena mancata rispondeva in realtà a un piano riuscito. Giacché non riteneva plausibile che fosse a causa di un improvviso interesse per la sua persona Floriana intendeva parlargli di lavoro.
 
C’erano rimaste male quando si era alzato per andarsene così presto, soprattutto lei, la padroncina di casa, ma a nulla erano valse l’offerta d’una macchina, o addirittura per non avere incombenze di un letto gentilmente a disposizione nella dependance di Mitzi, con la tranquillità che in genere al sabato seguisse la domenica. Era stato irremovibile, e aveva imboccato la notte.
 
- Codardo - proruppe Floriana.
- Hai capito? Aveva sgamato tutto -
- Un eccesso di zelo della donna, che non ne sapeva niente e prima di andare via ha annaffiato -
 
Da tanto che non circolava a quell’ora. Nel bus sostitutivo della metro dialetti sconosciuti stranianti, dal finestrino traffico e strafottenza.
 
Peccato solo che non ci fosse più quella cara presenza ad attenderlo dietro la porta, la stessa che finalmente poté chiudersi alle spalle con quel pensiero ricorrente, andando a guadagnare il cuscino.
Con una ridda di immagini muliebri piacevolmente persistenti e l’ingombro non sopito di una protrusione, che lo sprofondarono dolcemente.
 
- Cioè? - chiese Floriana.
- Amorosi sensi - rispose Mitzi, che scorrendo le righe successive decise di fermarsi - sospendiamo un momento, spaghetto o panini? -
Quesito che non si poneva. Da Ivano avevano imparato a cuocere pasta di qualità in una capace padella e un mestolo di acqua bollente per volta, in modo da trattenere i nutrienti disciolti per addensare il condimento. Ne erano entusiaste.
- Dei gatti accenna solo -
- Adesso ho visto che arriva un brutto momento Flò -
- Maurizio? -
- Sì -
- C’è un tetto al dolore, quando sei al massimo di più non ne puoi provare, anzi sai che ti dico? Stappiamo una bottiglia delle sue, bisogna anche vedere se quel casale è in rete, mi piacerebbe prenderne un po’ -
Frascati di piccola produzione scoperto da Ivano nella sua zona, che senza competere con l’eccellenza dei vini di Mitzi accompagnava bene certi primi.
Approntarono i vassoi, niente televisione, estranea al loro stato.
- Posso dire una parolaccia Flò? Certi vuoti così repentini e incolmabili desemantizzano - scandì il termine.
- Ovvero? -
- Perdita di senso di un sacco di cose, alcune per sempre, altre magari si recuperano col tempo, ma intanto sei cambiata tu, e la tua capacità di significazione è diventata un’altra. Sono giorni che non leggo il giornale e il telecomando è un oggetto che m’insulta, se fossi un uomo probabilmente mi farei crescere la barba per inerzia, e se non ci fossi tu non mi laverei più. Insomma è quello che vuol dire essere sconvolti. Non so se però faccio bene o male a parlarne -
- Il vuoto incolmabile che dici è così vuoto, così stupidamente vuoto che uno è vuoto anche di reazioni, amputato nel profondo.. continua -
 
Al mattino Ivano si chiedeva se dovesse telefonare a Floriana per ringraziarla, sicuramente sì ma fu lei ad anticiparlo con una brutta notizia. Il fratello ricoverato in gravi condizioni a Ibiza, per un incidente con una moto a noleggio, Cinzia non s’era fatta niente, lui aveva sbattuto la testa. Nelle ore successive le notizie peggioravano.
 
Appena possibile Maurizio era stato trasferito con un volo privato in una clinica catalana, ma l’esito degli interventi non l’aveva fatto uscire dal coma.
Dopo consulti e ricerche febbrili, in cui papino si era impegnato con totale disponibilità nel tentativo di riscattare la propria latitanza come genitore, era stato deciso di ricoverare il ragazzo in un centro specialistico di Losanna.
 
Al termine di una serie frenetica di viaggi Floriana rientrava più stabilmente, con quel bilancio stazionario inaccettabile.


Inciso da eremo2 alle ore 11:06 commenti
mercoledì, 24 settembre 2008
Categoria:
Titolo: sezione 5

V
 
Ivano intanto aderendo al suo appello aveva cercato di mandare avanti le cose. Si era fatto carico delle vendite cavandosela egregiamente, suo malgrado rispondendo al disegno ipotizzato da lei in epoca serena. Un passo doveroso e solidale però, anche perché la responsabilità addebitata nell’accaduto al ragazzo, tra l’altro privo di casco, escludeva coperture assicurative, e le spese del mantenimento terapeutico erano vertiginose.
Inoltre papino tenendo fede al suo proposito cercava casa nella città elvetica, in un sobborgo residenziale vicino alla struttura che accoglieva il figlio.
A Ivano, consacrato anche da lui nel nuovo ruolo con il riconoscimento di percentuali non richieste, aveva spiegato che la sua decisione, caricando tutto il peso dell’azienda sulle spalle di Floriana, da un lato garantiva la ragazza su una costante assistenza al fratello, e dall’altro la teneva lontana il più possibile da quello strazio, evitando che le vittime fossero due.
Discorso che non faceva una piega, tranne che Cinzia la squinzia, per non smentirsi, fattasi assidua crocerossina e più volte ospite di papino, nel giro di poco divennne sua convivente.
 
Per Floriana quando l’appurò schianto ulteriore, la fine di quel po’ che restava di una famiglia, il crollo abominevole del padre, e il fondato timore che quella spudorata mirando alla consistenza patrimoniale prima o poi ambisse al ruolo di matrigna, magari incinta.
Iniziava allora una battaglia legale a tutela della sua attività e dei diritti di Maurizio, e con accordi tra avvocati otteneva la titolarità della concessionaria, seppure condizionata dalla divisione dei proventi, e l’amministrazione della quota spettante al fratello. Ma dentro ne usciva distrutta.
 
Ivano continuava a esserle di grande aiuto, il rapporto fra loro cresceva, e per lui ciò comportava diversi cambiamenti. Guadagnava oltre il necessario, di quel passo presto si sarebbe liberato d’ogni pendenza, ma aveva dovuto accettare per praticità macchina e cellulare.
E per amicizia la fine della sua beata solitudo, benché la lontananza delle rispettive abitazioni fuori del lavoro gli facesse ancora da scudo, e lei per discrezione gli telefonasse a casa lo stretto necessario. Ma gli mandava posta elettronica.
Insidiosa per tante ragioni, intanto perché per lui più impegnativa d’una chiacchierata, per scrivere doveva pensarci, poi perché pur evitando contatti diretti lo scambio era divenuto un’abitudine serale, con collegamenti ripetuti affidati al caso.
 
Cosa buffa, quando al mattino s’incontravano non ne accennavano, come se fossero altre due persone. Mentre in realtà la loro intimità era parecchio cresciuta.
Per essere brillante Ivano aveva preso l’abitudine di raccogliere appunti sparsi sulla sua interlocutrice, estrapolati o dedotti, che poi scremava in un file aggiornato, lasciando il resto in memoria. Ne veniva fuori un quadro che riscattava alcune durezze:
 
- la madre, figura dolce e remissiva che subiva l’infedeltà del marito, prematuramente scomparsa. Ciò l’aveva costretta alla guida della casa e del fratello a sedici anni, benché con una tata molto cara;
- finita la scuola dalle suore mai più entrata in una chiesa, ma forse una propria intima religiosità su cui era reticente;
- l’iscrizione ad architettura, lasciata perdere per seguire il padre nell’attività;
- la passione respirata in famiglia per il calcio, che ora la disgustava;
- la passione per i viaggi e per l’Africa, di cui amava la musica;
- golosa, ultimamente demotivata però (a parte la bilancia qualche problema digestivo di cui si lamentava, testimoniato anche dalla quantità di probiotici che assumeva);
- letture: intrighi e mistero, un po’ di arte, arredamento;
- amori: Nuvola e Fischio (i suoi due cani salvati dall’abbandono (!));
- profondi cambiamenti interiori intercorsi nell’ultimo anno, prima dell’incidente di Maurizio e degli sconvolgimenti conseguenti, che poi si erano sommati modificando ulteriormente il suo comportamento. Un giorno la comitiva di sempre le era parsa insopportabilmente mediocre.
 
Cose recentissime:
- la cessione della casa al mare, venduta nel riassetto delle proprietà di famiglia appena conclusosi: scrigno di ricordi, soprattutto dell’infanzia, non era voluta tornare a prendere neanche una foto (dello sgombro aveva incaricato un’agenzia, giaceva tutto in un capannone in Maremma);
- accertamenti medici, negativi.
E una doppia rivelazione, forse per influenza di Mitzi, la quale doveva essere stata all’origine di molti dei suoi ripensamenti, e che spesso se si trovava da lei aggiungeva un saluto alla mail:
- i suv le facevano schifo;
- e anche se non era mai stata una sfegatata come il fratello, politicamente stava rifiutando la collocazione del padre, un mito che li aveva plagiati, e che nell’indegnità si era trascinato dietro tutto.
 
Stupiva l’assenza di tracce maschili, non solo in lei, anche in Mitzi, che vedova di un uomo più grande non sembrava avere rimpianti, e oltre qualche amicizia di vecchia data non palesava frequentazioni.
Ivano non faceva domande, lasciava che semmai fossero loro ad aprire il discorso. Intimità per lui non era indiscrezione, ma una disponibilità ad avere l’altro volentieri nei pensieri, una compresenza. Però quel giovedì sera..
 


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mercoledì, 24 settembre 2008
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mercoledì, 24 settembre 2008
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Titolo: sezione 6

VI
 
“Caro Ivano,
scusa il salto a pié pari nel tuo privato ma prima o poi dovevo farlo, perché sono un po’ preoccupata per Flò.
 
- Questi brani andrebbero saltati Flò, sono troppo diretti, mi mettono in imbarazzo -
- Ma dai -
 
 
Ha affrontato la cattiva sorte con coraggio, ma gli strascichi sono duraturi, incidono nel suo animo anche se dissimula. E a risentirne intanto è la sua sfera affettiva, che poi si riflette pesantemente anche su quella fisica. Dice di essere totalmente insensibile verso la sessualità, a mio modesto avviso, prosaico nella sua meccanicità ma sicuramente giusto, è entrata in un circolo vizioso da rompere, checché ne dica una ragazza così prorompente e vitale se non fa l’amore non può essere contenta, ma se non è contenta non riesce a fare l’amore.
In realtà sta somatizzando tutto, infatti soffre di stomaco, e nonostante si sia fatta vedere e non le abbiano riscontrato nulla ha continue dispepsie, che certo non l’aiutano a ritrovare un equilibrio.
Io vorrei darle una mano ma da sola non sono in grado di penetrare nei congegni che la bloccano, e lei non andrebbe da un analista neanche dopo un mese filato che non va in bagno. Al riguardo il ricorso ai lassativi prima o poi rischierà di pagarlo caro. Insomma bisogna che tiri fuori il bubbone.
E tu appena chiusa la porta del lavoro, dove peraltro so che il tuo sostegno le è indispensabile, sei un mascalzone egoista. Sai che sei l’unico individuo oltre me con cui abbia attualmente comunicazione? E che non osa invitarti per timore di un rifiuto? Che poi sarebbe terribile, perché la colpirebbe in una deroga del ‘lutto’ che si è imposta.
Perciò sabato vieni a cena.
Tua Mitzi”
 
Scriveva dal proprio indirizzo e-mail, era una novità. Rispose.
 
“Cara Mitzi,
ti ringrazio anzitutto per la formula di congedo, con cui ti consegni al mio possesso, e poi per la fiducia che mi accordi, e poi ancora per l’invito. Un tempo Floriana era per me tutto ciò che potessi vedere di nemico, poi la tragedia in cui è precipitata, che forse ha accelerato un processo già in corso, me l’ha fatta conoscere sotto una luce diversa.
Tu vedi un legame tra la freddezza dei suoi sensi, che effettivamente stupisce perché proprio non si direbbe, e i fastidi all’apparato digerente, in genere il primo a pagare se qualcosa non va. Certo, se gli accertamenti clinici sono negativi sembrerebbero sintomi di origine nervosa, ed è facile presumere che abbiano una causa comune. Ma cercarne il bandolo non è compito facile, né ci si può improvvisare, anche se prometto il mio impegno. Verrò.”
 
Mise la firma e spedì.
Si era già interrogato sui sentimenti di Mitzi per l’amica, e sull’inverso, censurandosi perché non erano affari suoi. In ogni caso Floriana da quella vicinanza aveva ricevuto beneficio, come di una guida sicura alle spalle, che l’aiutasse a ridisegnare l’orizzonte con occhi propri, soprattutto dopo il disastro familiare, che l’esponeva a una ricostruzione sulle macerie.
E quanto alla sua frigidità, che Mitzi definiva totale, non voleva entrare nel merito, se tema dibattuto o evidenza sperimentale.
Indubbio che fosse una nota sorprendente, perché Floriana, consonante al dramma nel fondo abbattuto del suo sguardo o nel tono in meno con cui relazionava, serbava un piglio energetico incoercibile, che trasmetteva a pelle.
Circa lui sì, si teneva a distanza, per le ragioni note e per l’età, ma l’aveva aiutata in concreto, incrementando contro i propri principi il parco catafratto di cretini in seggiolone. Denari di cui non poteva dire niente perché a sua volta ne beneficiava, anche se davvero maleolenti, a differenza del motto che affrancava la pecunia dal naso.
Eppoi non si era sottratto al traffico epistolare, né alla cadenza serrata che aveva preso. Cominciava a stimarla, trovandola ammirevole nel suo percorso accidentato, e coraggiosa.
 


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giovedì, 25 settembre 2008
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Titolo: sezione 7

VII
 
- Non la sposti manco col fucile - disse Mitzi facendosi incontro - ha voluto che si facesse qui da lei e niente, anche a me tocca sempre venire, dice che così coccola pure i cani - i quali si avvicinarono a Ivano senza abbaiare, e lo annusarono per bene, in particolare un sacchetto di essenze costatogli l’attraversamento della città invece che fare il raccordo - ciao - ancora lei che poggiò una mano sulla sua - sono contenta -
- Ciao, non vorrei essere banale ma sei incantevole - vero.
- Vedrai lei -
Vero.
 
- Capito? -
.
Floriana di contro ricacciò indietro una lacrima.
 
Era apparecchiato per tre, cena a tavola, candele, carrello termico, niente antipasti, arrivava subito un assaggio di primi. Malefiche, avevano fatto propria una sua osservazione via mail parlando del mangiare.
- Che hai con te? - chiese Floriana, e lui consegnandole il sacchetto:
- Siccome non posso rivaleggiare con lei sui vini ho portato un po’ di tartufo, poi una cosa esclusivamente per te, so che ogni tanto hai dei fastidi, questa è la cosiddetta vera miscela d’oriente, un trito di erbe brevettato, mezzo cucchiaino da caffè dopo i pasti e un sorso d’acqua, elimina ogni problema, senza rischi perché non è un lassativo - l’aveva saputo dal giornale, nel simpatico diario cittadino di un bravo scrittore.
Lei aveva le mani occupate, gli porse la guancia, a sua volta lo sfiorò con le labbra, e lui si chiese come un contatto così fugace potesse imprimersi così complesso, caldo e fresco, da generargli un brivido nel collo. Intercettò lo sguardo, un istante anche quello.
 
Avevano cucinato e ci sapevano fare, Floriana forse più ruspante, ma complementari. E leggiadre in ciò che non portavano indosso, dovuto a una signora che aveva nei paraggi una piccola raffinata sartoria.
Anche il secondo variegato, piattini di soddisfazione, con i prodigi enoici di Mitzi, di cui la stessa fu costretta a narrare.
Era merito di una curiosa vicenda familiare, suo padre, ammiraglio di origine triestina, in gioventù era stato assegnato alla capitaneria di Taranto, dove prima di conoscere una ragazza austriaca, in zona per una campagna di scavi archeologici, madre di lei e della sorella Barbara, aveva avuto una breve e tempestosa relazione con una nobildonna lucana, un po’ pazza e innamorata della marina, in seguito sparita nel nulla.
Dopo il matrimonio, e peregrinazioni varie, il padre aveva ricevuto l’incarico definitivo nella capitale. Alla sua morte, la madre un giorno si era vista ascrivere un podere a lui intestato, situato nel potentino, lasciatogli in eredità da quella nobildonna lucana. Recatasi giù per venderlo, benché abbandonato e con un rustico in rovina, da buona austriaca folgorata dal mezzogiorno, aveva invece deciso il contrario a prima vista. Rimessa su la casa, avvalendosi di consulenze esperte aveva ripristinato una vigna quasi centenaria, scoscesa ma in eccellente esposizione, trascinando nell’avventura poi anche Barbara, a pezzi dopo un matrimonio sbagliato. Fin dalla prima vendemmia utile, due anni dopo l’insediamento, s’era capita la validità dell’iniziativa.
Pausa sigaretta, sorseggiando ogni tanto quella meraviglia per palati cantori. Ivano non si era risparmiato, fece una considerazione:
- Penso che il vino come psicotropo produca effetti migliori quanto più è buono, probabilmente per la concentrazione e la particolare selezione delle sostanze agenti, che però a differenza della farmacopea hanno anche caratteristiche di gusto, cioè il buono proporzionale alla qualità del benessere che infonde. Il vero simposio, un intimo colloquio, con la parola governata dalla complessità organolettica del bicchiere, di cui in questo istante avete un esempio sconsiderato con chi vi sta parlando - ma che diavolo stava dicendo?
- Fammi un po’ riprovare - disse Floriana avvicinando il calice e guardando l’amica,  
 
Ivano non si esponeva facilmente così a lungo, solo nelle mail. Mitzi sorrideva, anche la volta precedente aveva portato vino ottimo, ma non quello vertiginoso della madre, gli catturò lo sguardo, un lampo perché non fosse d’imbarazzo, e lui per la seconda volta si sentì trapassato dallo scavino scopico delle due anfitrione, poi lei distese un fuoco più generico interloquendo:
- Dunque una quota alcolica che assurge a categoria dello ‘spirito’? -
- Purché nel versante materiato, di spirito non ne ho mai visto, neanche tra i fumi -
- Ah se parli con lui di queste cose è come parlare con le pietre - commentò Floriana - io pure non è che creda alle favole, ma una speranzella fiaccolina me la terrei - era un argomento su cui nella posta serale avevano litigato di recente. Ancora Ivano:
- Può essere di aiuto, ma io credo che la nostra civiltà si sia evoluta proprio attraverso l’ebbrezza orgiastica dei suoi antichi rituali, che ammazza la coscienza, induce comportamenti riprovevoli, libera una favella sgangherata e ripetitiva, fa incespicare, così nasce il soggetto. Nell’alterazione percettiva non è più il tutt’uno con ciò che lo circonda, ma un qualcosa che se ne distingue in negativo, salvo poi generare nella scia del giorno dopo oscuri pentimenti, da scontare rientrando produttivamente nei ranghi. Altro non è che la persona scalzata due volte, su cui poi s’impone la terza con la religione che ci mette il cappello, da noi secondo una liturgia cannibalesca. Accampando peccati di origine beve vino per sangue, mangiando corpo -
- E la gente gnam gnam - chiosò Mitzi.
 


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giovedì, 25 settembre 2008
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giovedì, 25 settembre 2008
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Titolo: sezione 8

VIII
 
Lo svegliò un suono inusitato, il citofono accanto al comodino? Ivano si rese conto che non era nel suo letto, ma in quello che Mitzi gli aveva messo a disposizione nella dependance. Ricordava, bevuto fumato e fatto tardi non era il caso che guidasse. Aprì, subito un profumo confortevole, chissà come faceva a essere così pervasivo il caffè, pantofole e accappatoio lei si affacciò col vassoio.
- Si può? Buongiorno, dormito bene? -
- Benissimo, una bisboccia senza tracce cerchiate. Ho fatto cose strane? -
- Non direi - sedette odorosa di abluzioni sulla sponda, mentre lui nel confronto olfattivo scopriva la persistenza nelle proprie narici d’un sentore di pescheria - tranne.. - si fermò pensosa, chinandosi per guardarlo meglio.
- Che cosa? No dai mi fai tremare -
Gli sfiorò lentamente il cerchio delle labbra con l’indice, rispose:
- Ma no niente hai detto cose, per esempio accettarsi nella pochezza marginale della propria coscienza, senza nulla a pretendere d’ultraterreno -
- E poi? -
- Amenità di vario corso e ragione, tra cui l’argomento Floriana, che mi pare tu abbia affrontato con molto tatto, infatti lei ha ascoltato, poi hai anche ballato -
Oh mamma mia era vero, si disse lui con un lieve appannamento al cuore, riflesso che negli ultimi tempi si andava accentuando, ma che vergogna, s’era proprio lasciato andare, le aveva fatte volteggiare come i loro coetanei non sapevano più fare, finché poi non gli era girata la testa e s’era dovuto sedere. Risentì le sensazioni travolgenti del loro contatto, l’accipicchia di giunchi cicciuti, e un’eccitazione che sconfessava la sua pretesa indifferenza e rimescolava i suoi propositi. In realtà non voleva più rapporti con donne perché non aveva avuto più occasioni, bugiardo che era, e con sé stesso, né più né meno che dichiarare acerba l’uva!
No, neanche questo era vero del tutto, in realtà non le aveva neanche cercate, rifuggendo da ogni contatto. Per ritrarsi nella propria disfatta e leccarsi le ferite.
Sorso conclusivo della tazzina, che lei riempì ancora versando dal bricco fumante con un sorrisetto:
- Davvero sei misogino? -
Domanda che rimetteva in questione la pescheria, influente perfino sull’ottimo aroma di quel caffè.
 
Giornata traslucida di primavera, c’era da fare in entrambi i giardini, Ivano dette una mano. Considerando la costante di fondo del suo animo Floriana sotto un cappellaccio di paglia appariva radiosa, la miscela d’Oriente aveva esercitato la sua azione e lei era sollevata anche psicologicamente, intuendo che forse aveva risolto un problema.
- Quest’azalea me l’ha regalata mio padre - disse a lui davanti a un vaso ragguardevole - la volevo bruciare ma poi povera perché, che c’entra, tra un po’ fiorisce e non sai che è - abbassò la voce - così ti piace lei eh? - indicando Mitzi a pochi passi.
- Cosa? -
- Eh dai, mica m’importa niente sai, anzi -
 
Rientrando a casa in fila sul raccordo Ivano aveva di che ragionare. Cercava di capire meglio le allusioni delle due, che non si erano sbottonate più di tanto, ma gli era parso d’intendere che quando Mitzi l’aveva accompagnato nella dependance fosse accaduto qualcosa, di cui lui però non ricordava assolutamente nulla. Le ultime percezioni riguardavano un residuo di canna che avevano fumato seduti sul letto, poi forse lui si era sdraiato un istante. Vero che in qualche modo doveva essersi spogliato, ma non rammentava come e quando. L’aveva aiutato lei? Comunque se era andata così certo non era in condizioni per fare alcunché se non crollare, benché di contro avesse ancora nei recessi nasali una qualche molecola tipica di certi incontri rovesciati, priva di spiegazioni.
Spiegazioni che invece c’erano chiaramente se doveva giustificare un certo rimescolio già provato nei loro confronti, quelle due lo stavano ammaliando.
A mezzogiorno aveva condiviso un panino, per sé con acqua pura, ed era scappato via irremovibile, tra dubbi e autoriprovazione. Che aveva fatto? Gli occhi di Floriana lo bersagliavano ancora dal commiato, non aveva risposta.
 
Che brutta domenica pomeriggio. Più tediosa non poteva essere nonostante la limpidezza, non riusciva a dedicarsi a niente, non gli andava, e anzi quell’aria tersa gli forniva un’eccitazione in più davvero superflua. Passò l’aspirapolvere. Non ci voleva molto, quando incrociò un cartoccetto con nastrino si fermò appena in tempo, era sotto la sedia del giaccone, forse caduto dal taschino riverso, gliene sfuggiva l’origine. Lo raccolse, era una pallina di fumo con dedica: ‘rapinoso solluchero, gratitudine per la serata, tua M.’
Tanto per esser chiari.
 
Caricò una pipa fruendo del dono, col portatile si raccolse in poltrona, trovò un po’ di requie espirando lente volute di pensiero. Qualunque cosa fosse mai successa con Mitzi il suggello di un ringraziamento lo sollevava, anche se non sapeva come rapportarsi con Floriana.
Prese alcuni appunti, in una stasi cliccò sulla posta.
 
“Che stai scrivendo?
Floriana”
 
La ragazza aveva tirato a indovinare, ci aveva preso. Dette corso libero alla testaccia, andasse a parare dove voleva, poi avrebbe risposto.


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giovedì, 25 settembre 2008
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giovedì, 25 settembre 2008
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Titolo: sezione 9

IX
 
“Il cadeaux di Mitzi ha indotto le seguenti sciocchezze: se mi guardo dentro rilevo il presidio di una continuità, mi avverto anzitutto come effetto di campo in tutta la mia estensione sensoriale e cognitiva, probabilmente ciò attiene all’elettricità che si produce con le sinapsi; osservazione banalissima, però fisicalista e non riduzionista, per la quale altrimenti sarebbe una somma di parti distinte. Una somma funzionale non è una somma, somiglia più a un prodotto che si realizza in processo. Splendide ore quella trascorse con voi, una felice intersezione di ‘campi’ rispettivi, benché continui a ignorarne il finale.
Ivano”
 
Spedì. Ci fu eco quasi subito.
 
“Mi costringi a una doppia lettura, la prima è quella dove non capisco niente, la seconda è che sei un soggetto in fuga.
P.S. Non è vero che non capisco niente. Seppure parziale l’intersezione non è appartenenza? Allora sei tu che scappi.
N.B. Quanto al fatto che sono castrata, dico a te e a lei che avevate intavolato il discorso, niente solite tiritere, sui miei antecedenti non c’è macchia col padre (o veci della madre). Che gli volessi bene era nella normalità, un fatto scevro (dizionario) di traumi nevrotizzanti (enciclopedia), e di seduzioni tentate o pensate, dall’una o dall’altra parte. Volete che vi dica che al mare guardasse con interesse ai miei primi bikini? Aveva di meglio, e anch’io. E mai stata violentata, il ragazzo con cui inaugurai era dolcissimo. Fui io a lasciarlo, per un altro al top che ho spremuto e gettato. Decidendo poi sempre quel che mi pareva e piaceva.
Mitzi non è seduttiva al massimo? Se potessi me la farei io.
Flò”
 
Proprio il timore di Ivano, su papino resistenze a tutto spiano, inutile parodiare il divano. ‘Se potessi’ infine, dunque chiusa come un’ostrica anche se aperta mentalmente.
 
- No ferma dai, non immaginavo che conservasse tutto -
Si guardarono in silenzio per un po’.
 
“Cara Flò,
siete molto seduttive entrambe, Mitzi adamantina tu passionale chiudete il cerchio della fascinazione. Sono felice di apprendere che non hai avuto traumi di sorta. Sarà più facile il tuo ritorno alla normalità amorosa e al suo giusto piacere. Tra l’altro stai crescendo come persona in modo impressionante, e credo che avrai tanto da offrire a chi avrà la fortuna di ricevere. Però credo anche che ti debba aprire alla vita e alla socialità. Sei troppo giovane per la misantropia, ed è inutile che ti flagelli, ci ha già pensato la tragedia, almeno in questo non dargliela vinta e reagisci. Comunque siete due vere birbanti, da quando sono rientrato non sono riuscito a combinare niente di niente. È la vostra vendetta. In chiusura, spero di non aver fatto cose di cui vergognarmi, perché siete così reticenti?
Ivano”
 
- Se avesse saputo, acqua di calamaretti a inumidirgli il naso, ma come t’era venuto in testa -
- Quando li stavo preparando - rispose Mitzi - pensando che il vino di mia madre fa quasi quindici gradi, poi whisky e canne, facile immaginare un sonno di granito, infatti l’ho dovuto spogliare io -
- E l’odore è proprio quello eh? -
- Eh sì, il mattino dopo proprio sì, portandogli il caffè l’ho percepito pure io e somigliava tantissimo. Ma senti senti -
 
Se capitava che Ivano stesse male, nel senso di uno sconforto abissale, usciva in giardino e andava all’angoletto del biancospino. Così fece all’imbrunire, perso il pomeriggio a girarsi in tondo, anche se non era sconforto quanto un misto di sensazioni che non gli davano pace, tra cui incursioni vivide e potenti come.. ma sì perché negarselo, le cosce delle due, termine molto forte per referenti che lo erano molto di più, quelle di Mitzi, dall’accappatoio indolente..
 
- Ah ah ah - ridacchiò l’interessata - ebbi la netta impressione che gli stesse succedendo qualcosa, il plaid di cachemire è caldo ma leggero, e non si muove da solo -
- Mignotta -
 
che davvero nottetempo aveva violato? Non poteva crederci, però quell’ariuccia allusiva quando l’aveva interrogato sulla misoginia? O si riferiva a ciò che lui aveva cercato di nascondere voltandosi di fianco? Comunque cosce di pienezza profilata e alabastrina dove il suo naso e non solo si sarebbero cacciati volentieri. Non meno quelle compatte di Floriana poi, a curare le piante in calzoncini e ventre scoperto, delle quali avrebbe avuto soddisfazione esauriente un paio di settimane dopo.
 
Insomma cercò di togliersi di dosso quel sussulto sconveniente, dato che aveva quasi il doppio della loro età, raccogliendosi davanti alla pietra dei Pasqualini, illeggiadrita dalla fioritura del biancospino, e da un fendente obliquo del sole.


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giovedì, 25 settembre 2008
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giovedì, 25 settembre 2008
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Titolo:

X
 
Il primo l’aveva trovato sull’uscio di casa nove anni prima, rientrando col giornale nel giorno di? Naturalmente nella festività che gli aveva dato il nome, come una sorpresa scaturita dall’uovo. Perché sembrava quasi che stesse ad aspettarlo, fieramente seduto, petto in fuori, la testa reclinata indietro e il muso sull’attenti.
Era un bel gattone bianco e rosso, di pelo lungo, occhi ambra e codone a pennacchio, che quando lo vide sopraggiungere fece un miagolio, e sollevò una zampetta anteriore, rimanendo in posa come un monumento equestre.
Dissimulava, guardando fisso davanti a sé, nella certezza di essere rimirato e compreso. Lui lo accarezzò, nacque l’amicizia. Entrò subito dentro senza timore, strofinandosi contro le sue gambe, annusando in giro, infine optando per la cucina, dove ebbe acqua e un po’ di tonno, che gradì moltissimo.
Poi si piazzò su una sedia di paglia, dove si leccò in lungo e in largo, e si addormentò felicemente acciambellato. Rimase così fino a sera. Si svegliò quando lui stava ai fornelli, ma mostrò di voler uscire recandosi alla porta. Lo assecondò, ed ebbe in cambio un mugolìo. Solo che due minuti dopo sentì raspare. Andò a vedere, voleva rientrare. Con ogni probabilità aveva fatto qualche bisogno, ed era tornato a tener d’occhio i tegami.
Apprezzò parecchio infatti la ciotola di pasta, quindi saltò sul tavolo, occupando una parte dove non arrivava la tovaglia, si accucciò ritraendo le zampe, e rimase a fissarlo con gli occhi semichiusi, ronfando lieve col respiro rilassato.
Quando lui sparecchiò e si sedette al computer il gatto saltò giù, sbadigliò, si stirò, e andò nuovamente alla porta, questa volta sul serio, aveva la coda dritta.
Gli aprì di nuovo, lo vide infatti arrampicarsi agilmente sul muretto di cinta, e sparire nel buio al di là.
 
Ivano rammentava tutto perfettamente, a esempio che turbato da quell’incontro non era più riuscito a concentrarsi, e aveva preso sonno tardi. E che il giorno dopo ancora festivo, a metà mattinata aveva sentito raspare. Pasqualino era tornato, e con un miagolìo di saluto si apprestava a ripetere pari pari l’andamento del giorno precedente, epilogo compreso.
L’indomani sarebbe stato un problema, perché lui usciva presto, però avrebbe parzialmente rimediato lasciandogli le ciotole fuori.
 
Per il momento la ricapitolazione bastava. Aveva riassorbito i pruriti ispirati dalle due megere fetentone, e pensava a un piatto di rigatoni.
 
- Senti un po’ che appellativi, e soppiantate da una carbonara - osservò bonariamente Mitzi - e in quel periodo la fulminazione delle tue coscette quando avvenne? -
- Boh, ah sì certo, la volta che ho dormito da lui, tornavo da Losanna ed era venuto a prendermi. Io avevo bisogno immediato di un bagno, perché in aereo non mi va, e casa sua rimaneva molto più vicina -


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venerdì, 26 settembre 2008
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                                               CAPITOLO II
 
 
 
 
I
 
Nei giorni successivi si lavorò intensamente su altri due progetti di Floriana, che non perdeva il senso degli affari, però cercava di temperarlo con compensazioni. Il primo riguardava un’altra nefandezza, aveva preso un marchio di mini-car, ovvero come a suon di quattrini viziare meglio adolescenti che lasciate bambole e figurine scimmiottavano sbrottosamente il peggio degli adulti. Per riparare a ciò il secondo invece prevedeva l’agibilità a terrazza del lastricato solare, recuperando anche il manufatto che c’era, da adibire a caffè per clienti e mensa interna, mentre fuori nella bella stagione piante ombrelloni e tavolini.
Poteva essere d’aiuto la volenterosa coppia di cingalesi che si occupava di guardiania pulizie e tante altre cose, Lazzaro e Magda, provenienti da una sparuta comunità cattolica del loro paese e felici di stare nella città del papa. Lei cucinava benissimo e già preparava qualche piatto caldo per il personale.
La prima mini-car venduta fu per una ragazzina carina ma autentica stronzilla, figlia dell’avvocato che di recente aveva curato gli interessi di Floriana. Quanto ai lavori in terrazza erano cominciati bene, si poteva sperare di fruirne prima dell’estate.
Sul piano privato Floriana si era data un’altra compensazione, aveva aderito alla proposta di Mitzi di prendere insieme lezioni di yoga, due volte a settimana una maestra andava da loro alle sei di mattina. Notizia questa che Ivano aveva appreso da una mail. Sul lavoro davanti agli altri continuavano a mantenere le distanze. Naturalmente la rapida ascesa del riservato lucidatore non era passata inosservata, ma nessuno aveva interesse a malignare in capannello, perché il clima nell’azienda era molto migliorato, e d’altro canto lui aveva buoni rapporti con tutti.
 
“Caro Ivano,
tendenzialmente a letto sono pigra e mi alzo malvolentieri, stamattina invece sono scattata dieci minuti prima della sveglia, per la seconda lezione di yoga. È una cosa bellissima, e sebbene sia proprio agli inizi posso già dire che sembra un modo eccellente per conquistare un po’ di pace interiore. Credo che piacerebbe anche a te, pensaci, che semmai vediamo di organizzare. La Maestra tra l’altro è una splendida svedese, che fa la psicologa e collabora anche con un’università, infatti niente mistica ma un atteggiamento molto concreto: respirare bene, approfondire il rapporto col corpo, imparare a concentrarsi, eppoi una cosa che mi sono voluta segnare: ‘situarsi dietro sé stessi, non davanti, e guardare da lì con serenità il proprio vivere’. Dice che si fronteggia meglio anche il dolore, e le credo, e il fare l’amore, che lei consiglia vivamente, dove ciò che sta avanti piano piano viene assorbito, fino alla sintesi perfetta e alla piena espansione. Bisognerebbe provare, ma in teoria sembra buona anche questa.
A Mitzi hanno regalato due biglietti per l’opera, sabato. Perché non vieni anche tu? Poi si potrebbe mangiare qualcosa insieme Rome by night.
Flò”
 
Ma Ivano si muoveva malvolentieri, soprattutto di sera, in una città che non amava più. Dove molti angoli potevano parlargli e lui non voleva, appigli di ricordi che voleva cancellare. Un tempo, quando le cose giravano bene, abitava con la moglie in un attichetto in centro che svettava. Tutto finito, andato in malora.
Eppoi a fine settima arrivava stanco e aveva bisogno di recuperare. Eppoi visto che il suo mangiare era la cena - per i suoi anni bastava e avanzava - era abituato a consumarla presto, eppoi che gli piaceva accompagnarla con una bottiglia e poteva incappare in qualche spiacevole controllo antietilico. Eppoi ancora per una ragione che non voleva ammettere, e che infatti si nascondeva, ma la più potente di tutte, una zampina che lo tratteneva.
 
“Cara Flò,
 
No, s’interruppe subito. A parte i suoi motivi personali c’era da chiedersi anche cosa ne potesse pensare Mitzi, la quale magari poteva desiderare di averla una sera tutta per sé, dal trucco, al vestire, all’eccitazione di andare insieme in società.
Riprese.
 
grazie, ma come sai ho bisogno di rispettare certi orari e non mi fa bene tirare tardi. Comunque ti prego caldamente, e sottolineo caldamente, di fare sabato proprio quello che mi hai scritto. Guardarti da dietro tutta la sera, in modo scrupoloso e continuo, finché non tornate a casa.
 
Aveva proseguito con A quel punto.. per suggerirle di cercare sinceramente gli occhi dell’amica, ma poi aveva cancellato, e spedito il messaggio com’era.
 
- Una sensibilità apprezzabile - commentò Mitzi con un sospiro.
- Ti ricordi ‘A quel punto..’ non scritto? -
- Come fosse ora -
- Perché poi scappasti via? Non me l’hai mai detto -
- Perché quell’abbraccio era già una cosa grandissima, e oltre sarei svenuta sulla porta -
 
Lunedì Floriana era arrivata in azienda con un’aria insolitamente tranquilla rispetto alla sua concitazione abituale, quantunque fosse anche in ritardo. Lo salutò con un bacio sulla guancia, violando la loro regola benché senza testimoni, ma non disse nulla. Solo di là, rispondendo alle telefonate di chi l’aveva cercata, la sentì accennare a un passaggio a livello impazzito che l’aveva attardata. Ma lei non ne incontrava da casa sua, dove s’immetteva nella consolare la ferrovia correva parallela dall’altra parte. Ivano intuì, ripensando a una simpatica confidenza di Mitzi, in uno dei suoi messaggi.
 


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venerdì, 26 settembre 2008
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Titolo:

II
 
Lungo la strada Floriana incontrava un discount da non comprarci nulla, dove però trovava i tappetini che usava in casa per i cani. Tempo addietro in fila alla cassa le era caduto l’occhio su chi la precedeva, una donna anziana magrissima, con capelli soffici e bianchi tagliati netti, come con ‘la pentola in testa’, una camicetta di seta lisa, ma pulita e stirata, e pantaloni che le stavano due volte. La sua spesa consisteva in latte, fette biscottate, un barattolino di marmellata e un sacchetto di riso, poi però c’era cibo per gatti in abbondanza, vaschette, le più costose.
All’atto di pagare lei per un istante ne aveva visto il profilo, scoprendo che era la sua vecchia insegnante d’arte, non si era fatta riconoscere, ma appena fuori l’aveva seguita, oltre un passaggio a livello, tra stradine sconnesse e case tirate su alla meno peggio, fino alla sua abitazione, individuandone poi il nome tra le cassette della posta.
In seguito sarebbe ripassata, lasciandole ogni tanto una busta anonima con del denaro.
 
- Ma tu gli affari tuoi no? -
- Sai Flò, parlavamo del tuo cambiamento -
 
Per il fine settimana Floriana aveva programmato una visita a Losanna, disponendo tramite avvocato di non incontrare papino. L’accompagnava Mitzi, che poi proseguiva per Berlino. Al ritorno sarebbe andato lui a prenderla.
 
A Ivano si prospettavano un paio di giorni in solitudine, che non disdegnava. Avrebbe acceso la pipa, e provato a mandare avanti le pagine con quanto di non ancora detto, utile a una maggiore comprensione del quadro, anche se non poteva prevedere le note saporite che a breve gli avrebbero dato prurito alle pupille. E papille.
Nulla da fare, la verità inconfessabile era quella, risvegliata dall’articolo letto in metropolitana con cui aveva aperto la presente esposizione, che gli si riproponeva in una scelta:
 
non l’agostiniana, derivazione arbitraria della concezione platonica, né in generale l’elaborazione genialmente ricattatoria della trascendenza cristiana,
ma a partire dalla splendida epigrafia funeraria romana, e da ‘animula vagula blandula, hospes comesque corporis (amica e compagna del corpo), pallidula nudula..’
 
i versi disperati con cui Adriano cercava di richiamare il suo Antinoo dall’oltretomba, lì il nodo, nella sequela di eppoi con cui giustificava la sua resistenza a uscire di sera e fare tardi, la ragione più potente tra quelle che lo vincolavano a casa in attesa, il dono metafisico dei Pasqualini, che gli era stato dato con una mano e ripreso con l’altra, il battito dell’Anima Mundi, che gli era parso di sentire alle tre e quaranta di una notte dolorosa.
Vergognosamente ritrattato successivamente da quel muro omertoso, o meglio di totale insussistenza ecoica, in favore della brutalità pura degli eventi.
E chi più di lui aveva diritto a interrogarsi su quel crinale, proprio lui che non credeva in niente perché mai nulla s’era fatto vivo, nessun segno mai di nessuna natura. Salvo quello presunto, ovviamente rimangiato.
Molti avrebbero ritenuto che non fosse un buon bilancio, né per esistere, né al contrario per darsi alla cieca dipartita, giacché in effetti se vi fosse stato un rintocco sarebbe andato a vedere volentieri.
Ma d’altro canto che mai poteva essere l’anima mundi, un registro contabile della fornace biologica?
 
Pasqualino I amava alici e cicale. Queste ultime spesso erano ancora vive, si dibattevano, le zampine arrancanti. Bisognava scottarle alla fiamma finché non rosseggiassero.
Non le aveva più prese, il buon piatto di mare andasse al diavolo. Così come una volta in fila sul raccordo s’era trovato a fianco un camion che trasportava bovini. Gli occhi miti, le froge attaccate alle grate a cercare aria in una giornata di gran caldo, andare al macello. Neanche di quello aveva preso più.
Forse anima mundi poteva significare semplicemente cominciare a ripianare le cose, arginare il danno, ridurlo, messa così una formulazione accettabile, e credibile.
 
Col tempo Pasqualino usciva meno volentieri, Ivano ne era contento, gli era accaduto anche di ritrovarlo pesto e sanguinante, reduce nelle sue scorribande da chissà quali lotte furiose. Però era un problema, non poteva lasciarlo a casa da solo, se lui per una qualche ragione non fosse tornato?
Pensò di aprirgli una gattarola sul retro, nella finestrella della cantina, lasciando sollevata la botola di comunicazione con la cucina. Gli insegnò il percorso. Risalite le scalette era evidente dall’indifferenza ostentata che avesse inteso benissimo. Più ancora e quale ardire, quando il micio lo rampò delicatamente ai pantaloni, contrastandogli il passo con uno sgambetto. Era il momento di scambiarsi affettuosità.
 
Così capitò una sera che lo trovasse con un amichetto di avventure, un gatto bianco e nero accucciato, che non si mosse al suo avvicinarsi rassicurante, mentre l’altro miagolava insistente. Scoprì che il nuovo venuto aveva una vasta chiazza spelata al collo, attraversata da uno squarcio purulento. Acqua ossigenata, cicatrene cerotti si fece fare tutto. Aveva un tremito e scottava. Lo coprì con un panno di lana, lasciandogli fuori il muso, e quello chiuse gli occhi e li riaprì, in segno di apprezzamento.
.
.
Al mattino era ancora al suo posto, sveglio. Gli avvicinò dell’acqua, lo vide alzarsi, malfermo sulle zampe, e berne. Forse la febbre era diminuita. Pasqualino su sembrava fregarsene altamente, indugiava sul letto per le consuete pulizie.


Inciso da eremo2 alle ore 12:37 commenti
venerdì, 26 settembre 2008
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III
 
All’epoca di quella vicenda alla concessionaria comandava papino, e Floriana era una villana alle prime armi. Ivano lucidato di gran lena il lucidabile e finito prima il lavoro aveva comunque preferito chiedere a lei, di uscire con un’ora in anticipo.
“Embeh” saltata su come una vipera “che nun te pago fino alle cinque?” All’epoca quello il soggetto.
 
- Mamma mia che mostro, che vergogna - il commento della chiamata in causa.
- Consolati, si cambia per migliorare -
 
Rientrato dunque alla solita ora. Ma non aveva trovato nessuno dei due..
 
Doveva interrompere la rievocazione, la Floriana attuale stava per arrivare. Due giorni passati rapidi, non si era dedicato solo a questo, aspirapolvere, bucato, lettura, carciofini sott’olio, altro, tra cui tanto ricordare.
 
Notte chiara, la via dei Laghi già devastata da incendi tremendi era sgombra, qua e là ancora scorci panoramici suggestivi ma quasi non li vedeva. Era in agitazione, agli appuntamenti temeva sempre contrattempi.
Inopinatamente si trovò poco dopo a ripercorrerla in tutta fretta al contrario, di nuovo senza poterli godere né illustrare. La ragazza doveva andare impellentemente al bagno, in aereo si rifiutava, casa sua era la più vicina. Stanca taciturna e col mal di pancia non doveva essere stato un bel viaggio. Il fratello stava come stava, s’era limitata a dire.
L’avvertì che avrebbe trovato poco più d’una capannuccia.
 
Invece a lei era piaciuta molto, aveva apprezzato la semplicità dell’insieme tutto a vista, e la divertiva la pedana a contrappesi che portava al soppalco, dove c’era il letto. Era tardi per muoversi nuovamente, Ivano preparò qualcosa, un po’ di vino la rincuorò.
- Quant’è che vivi qui? - chiese lei.
- Una decina di anni -
- Sempre da solo? -
- Sì. Ma in due sarebbe problematico -
- Basterebbe volersi bene.. Senti mi permetti una curiosità indiscreta? Se non vuoi rispondere però è uguale -
- Avanti -
- Com’è tua moglie? -
- Com’era, per fortuna non la vedo più da un pezzo. Una donna piuttosto intelligente e bella, come tipo era nel genere di Mitzi, colori simili -
- Ah ecco perché -
- Vuoi precisare? -
- Niente dai, eppoi? -
- Mi vuoi attribuire un debole per Mitzi? O vuoi farmi tirar fuori che abbia un debo.. -
- Sentiamo, un.. -
- È una trappola, qualunque risposta è insufficiente, meno una, che però potrebbe essere indelicata -
- Ovvero? -
- Sì mi stai piacendo molto, al tempo stesso però non desidero prevaricarti in nessuna delle tue istanze, consapevoli e no, per me poi sei una ragazzina, e vorrei considerare solo ciò che è bene per te -
- Chi lo stabilisce? -
- Una volta c’era più rispetto per gli anziani -
Floriana rise.
- Adesso per esempio penso sia ora che tu vada a letto, domattina la sveglia è alle sei, e devi recuperare. Dormi sopra, lenzuola fresche, io invece preparo qui -
- Ma neanche per sogno -
- Sì invece, è un divano comodo e non mi dispiace per niente - fu inflessibile.
Prima di salutarsi lei si trattenne ancora un istante.
- Sono confusa, Mitzi forse in proposito ti avrà ragguagliato, l’ultimo rapporto che ho avuto con un uomo si è chiuso burrascosamente sei mesi fa, lui era un idiota addirittura manesco ma era anche colpa mia, a un certo punto sessualmente non provavo più niente, anzi repulsione, come fossi violentata, ed è stata un’impressione così grossa che mi è rimasta dentro. E la mia mentore dice che sono in un cerchio magico, se non amo non posso essere contenta, ma se non sono contenta non posso amare. Poi la disgrazia che sai ed eccomi qui, a non sapere chi sono. Buonanotte - un bacino, piccolo ma netto, montò sul marchingegno e fischiando salì di spalle come per un’avventura celeste.
 
Un ronzio noto, Ivano aprì gli occhi, la pedana si stava muovendo. Trattenne il respiro, a quaranta centimetri di distanza un riquadro tra le mensole incorniciava la discesa di lei, lambita da uno spiraglio di luna dalla tendina, sfilarono calcagni, caviglie affusolate, polpacci da mordere, cosce di luminosa pienezza, glutei in conflitto di spazio che sobbalzarono allo stop, un inizio di maglietta. Floriana andava in bagno.
 
- Guarda un po’ eh -
- Pensavo assolutamente che dormisse -
 


Inciso da eremo2 alle ore 21:12 commenti
sabato, 27 settembre 2008
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IV
 
Era stata la prima presenza femminile nella casetta. Oltre al suo profumo aveva lasciato a Ivano il problema di un cerchio magico, nel quale per altri versi forse era avvinto anche lui, nella pretesa di scuotere qualcosa dal sacco nero.
 
Il telefono interruppe la lettura di Mitzi appena cominciata, che a sera avrebbe ricapitolato.
“Allora andiamo?”
“Sì ma ancora non capisco tutta questa fretta”
Floriana aveva fissato un incontro dal notaio per ratificare con lei una scrittura privata di reciproca assistenza, e testare in suo favore per ciò che consentiva la legge, salvaguardando gli interessi del fratello, e considerando la sciagurata ipotesi di una liquidazione della concessionaria.
“Meglio stare tranquilli, del resto non l’aveva fatto pure lui con la capannuccia? Nei nostri confronti?”
“La differenza è che lui forse presagiva, comunque quando ci passiamo bisogna che risali su quella pedana”
“Dai muoviti, il trenino passa tra un quarto d’ora, fammi uno squillo, vengo alla fermata”
 
Al ritorno deviarono, pizza e il brindisi. Floriana appariva contenta, come sollevata, e le riusciva anche di sorridere. Poi corsero a casa, col giusto spirito per affrontare il seguito.
 
Come poteva accadere che un razionalista interrogasse l’irrazionale? E peggio che si aspettasse pure una risposta?
Prima spiegazione ammissibile, difesa di fronte al dolore di una scomparsa, un lenitivo nel riposizionamento del vivere con un’assenza accanto.
Seconda spiegazione, che lui non fosse così razionale come pretendeva. Poteva darsi ma non gliene importava più molto, i Pasqualini meritavano tale atteggiamento, e il suo cuore pure. Inoltre poteva darsi che la pretesa di una razionalità assoluta fosse anch’essa irrazionale. Respirare non era un atto scientifico (ma frutto sì).
Ce n’era poi una terza, sentirsi in credito di un segnale gli addolciva le giornate, trascorse con una parte di sé stesso a origliare fruscii, annusare molecole, scrutare ogni minima possibile apertura d’una crepa.
Insomma senza professare alcunché né vendere ciarle era una disposizione d’animo motivante, e in tutti e tre i casi la razionalità poteva farsene una ragione. A condizione che includesse nella sua prospettiva il soggetto che la sosteneva, per sorreggerlo a sua volta. In definitiva indulgenze solo in apparenza paradossali, purché non si accampassero fiabe, e ci si limitasse a testimoniare la sostanziale micragna del reale.
 
C’era un sacco di lavoro, andavano a ruba anche le mini-car. Secondo Floriana, che si era informata sulla percentuale abituale dei promossi da un anno all’altro alle superiori, le vendite sarebbero ulteriormente aumentate un paio di mesi dopo, con la chiusura delle scuole.
Intanto veniva Pasqua, Mitzi rientrava, l’intenzione delle due era una gita nella penisola sorrentina alla quale speravano partecipasse anche lui.
 
Non andò così, a metà settimana Floriana si sentì male. Alzandosi la mattina s’era sentita svenire, e rimettendosi giù anche, con un vorticoso giramento di testa, che però restando immobile aveva superato. Prove successive riproponevano il malessere.
Conosceva il direttore sanitario di una clinica rinomata, suo cliente. Si lasciò convincere da Mitzi, che ce la portò. La trattennero per accertamenti, negativi.
Le avevano diagnosticato una labirintite e rimosso da un orecchio del cerume annidato in profondità. Poi l’avevano rispedita a casa, con la prescrizione di un paio di giorni di riposo.
Quanto allo yoga, nelle forme elementari e salutiste che aveva descritto, non c’erano problemi e poteva continuare.
 
“Caro Ivano
come già ti ho riferito al telefono la fanciullina sta meglio, leggermente sedata passa tutto il tempo a dormire, ma quando si sveglia sembra che non abbia più quei fenomeni, e sia pure senza un grosso appetito si alimenta. Se ti va domani forse puoi fare un salto, sennò vi vedrete direttamente martedì in ufficio perché lei cocciuta com’è intende tornare. So già le tue obiezioni, temi il controesodo. Allora organizzati prima e magari raggiungici per un caffè. Lei per te ha più d’una semplice simpatia (a voler essere sinceri anch’io sebbene mi sia difficile dirtelo a voce), e la tua presenza qui è benefica.
Sai come se n’è uscita poco fa, quando le ho chiesto come si sentisse, guardandomi con i suoi begli occhioni febbrili un po’ tristi e l’aria rincoglionita? «Cogito, ergo sum». Non ti sembra carino?
Tua Mitzi”


Inciso da eremo2 alle ore 00:58 commenti
sabato, 27 settembre 2008
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V
 
Il tema della conversazione nel breve incontro del giorno seguente fu proprio il cogito cartesiano, sul quale lo interrogarono. Ivano s’era schermito, non aveva competenze in materia, però fu costretto ugualmente a pronunciarsi perché insistevano, propose allora di rovesciare i termini della celebre locuzione, trasformando per incominciare Penso dunque sono in Sono dunque penso.
 
- Ma è fallace, mica tutto ciò che esiste pensa - osservò subito Mitzi.
- Una pietra o un cavallo non è che dicono penso - di rincalzo Floriana.
- Non dicono neanche sono - rispose Ivano - per farlo ci vuole un linguaggio articolato, in ogni caso l’essere viene prima del pensiero che lo riflette, perché ne è la condizione, senza esistenza non c’è pensiero, mentre senza pensiero può esservi esistenza. Ma in sono o penso è implicito il pronome io, caposaldo dell’autocoscienza, alla quale però perveniamo con un processo graduale, dopo qualche anno che già esistiamo. Il verbo essere se lo adoperiamo per attestare esistenza è radicale, non diciamo l’essente è bianco o nero, non possiamo attribuirgli qualità, perché è la modalità necessaria e la più anteriore, dentro cui ci troviamo e da cui tutto il resto deriva. Allora il pronome io non può precedere sono, perché in realtà ne segue, individuandosi retrospettivamente nell’affollamento dell’esistente, come oggetto proprio. O se volete come soggetto in proprio, col rischio che sia improprio - non spiegò l’ultimo gioco di parole, ma volle proporre una formulazione che secondo lui eliminava la fallacia rilevata da loro:
- Sono io dunque io penso -
 
Poi aveva taciuto e lasciato l’argomento, ritenendo di aver parlato troppo e forse a sproposito. Aveva delle riserve, doveva ancora rifletterci su, inoltre non voleva tediare più di tanto le ragazze.
 
Comunque non aveva improvvisato, erano considerazioni fatte in seguito alla mail di Mitzi prima di prendere sonno, persa l’abitudine di leggere a letto fin da Pasqualino I, che ne era geloso.
Proprio così, a un certo momento, dopo la cena e i consueti indugi tollerati, un notiziario, un libro o il computer, il gatto saliva sulla prima delle mensole che lo portavano al soppalco, s’inarcava vibrando e alternando l’appoggio delle zampe posteriori, e restava lì a guardarlo interlocutorio, paziente ma risoluto, facendogli capire che era ora di andare a dormire. Quando lui l’assecondava però, non c’era più spazio neanche per una mezza paginetta, che quello cominciava a raspare le righe antagoniste resistente a ogni dissuasione, sicché doveva spegnere la luce.
Grande momento per l’animalaccio, che gli si metteva sul petto con tutto il suo peso, non poco, marciava sul posto erpicando e ronfando di gusto, finché soddisfatto non si distendeva, in una prima frazione pungolandolo con i quattro tiepidi cuscinetti plantari attraverso la coperta, quindi estendendo la superficie ponderale a tutto il ventre, con una distribuzione più confortevole, e uniformando le fusa verso la beatitudine.
 
- Questi mici, proprio amore - commentò Floriana.
 
Altra nicchia ambita, fronteggiando senza demordere i cambi di postura nel sonno, era tra le sue gambe, facendogli d’inverno da confortevole scaldino ron ron.
 
- Dei suoi sentimenti non traspariva nulla, invece aveva saldezze affettive inaspettate, anche a rischio di puerilità -
- Se non ne parlava probabilmente temeva il ridicolo, ma chi conosce gli animali sa -
 
Le anticipazioni fatte alle ragazze sul Cogito erano solo parte di un ragionamento che si sarebbe spinto oltre, ma su cui intanto fu costretto a tornare per una mail congiunta che trovò al rientro a casa.
 
“Caro Ivano,
hai interrotto la tua esposizione e non hai voluto aggiungere altro, mentre avevamo la netta impressione che avresti potuto (e dovuto) continuare. Come fossimo due cretine da intrattenere con discorsi più frivoli. Trattaci meglio, anche perché abbiamo deciso di accettare il tuo rovesciamento.
Flò e Mitzi
PS - Possibilmente presto, perché abbiamo voglia di discuterne”
 
“Care ragazze,
l’avete voluto voi. E allora ecco qua a correggermi.
Nel dire Sono io dunque io penso c’è ancora qualcosa che non va, Sono io è improprio, perché Sono è già una prefigurazione del soggetto in prima persona.
Forse in questo stato di anteriorità oggettiva sarebbe più corretto dire È me, in cui poi mi riconoscerò come il titolare che può affermare dunque io penso, e questo perché l’io è solo una parte di me, quella che si identifica con la coscienza.
Il resto, a esempio le funzionalità metaboliche, sono automatismi che fanno parte di me ma non della mia coscienza, come per definizione non ne fa parte l’inconscio. Sebbene quest’ultimo abbia a che fare con l’io, e sia portatore anch’esso di automatismi.
Ma se non può essere compreso nella coscienza e comunque interferisce con l’io dove si situa?
L’unica risposta possibile è che sia nel me, e dunque in quell’anteriorità che mi precede, e che sensibile all’elaborazione simbolica mi dia accesso al linguaggio e alla prefigurazione dell’io.
 
In che consiste l’eleborazione simbolica? Nell’associare a cose altre arbitrarie, come segni o fonemi, e queste fra sé, stabilizzate in sistemi di riferimento coerenti.
Funzione che però diventa anche organizzazione occulta dei miei pensieri, e allora riformulo ancora una volta la locuzione, dicendo È me, dunque io sono pensato.
Questo spiega anche il paradosso per cui quando pensiamo a noi stessi siamo insieme soggetto e oggetto dell’osservazione senza sconfinare nella schizofrenia, e cioè che c’è un’alterità strutturale che ci permette di farlo. Buonanotte fanciulline, spero di non avervi troppo annoiato.
Vostro Ivano”
PS - Non credo che esista l’inconscio collettivo, si sa che nell’uomo la facoltà del linguaggio ha nuclei innati, e che il suo sviluppo è interattivo, ma nonostante le basi comuni il processo inconscio del parlante è strettamente individuale.
 


Inciso da eremo2 alle ore 11:09 commenti
sabato, 27 settembre 2008
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HPIM0190_edited
VI
 
Ragionamenti che non facevano avanzare di un centimetro la sua richiesta più intima, quella risarcitoria che i Pasqualini gli dovevano. Nel plesso dell’È si era aperta un’asola che li aveva inghiottiti, e che poi si era richiusa, lasciando uno spazio più stretto e soffocante, privo di loro e della loro piccola grande grandezza.
Nondimeno lui a rischio davanti a occhi estranei che in tali rimpianti sfiorasse la puerilità,
 
- Alt non vale - disse Floriana - ‘rischio di puerilità’, esattamente le stesse parole che avevi detto tu prima, gatta ci cova -
- Con questi gatti che entrano da tutte le parti, se è per questo però anche sugli animali dice le stesse cose tue, allora? Comunque sì, ero andata un po’ avanti, ma mi ero fermata qui -
 
perché in fondo si trattava pur sempre di animali, una categoria esistenziale secondaria.
Per lui no, la sua concezione differiva da quella di cuochi e gesuiti, ma era il motivo per cui non ne aveva mai parlato con nessuno, cercando in proprio l’impossibile rapporto con una traccia impossibile.
Stava sparecchiando, i suoi pasti s’erano fatti più frugali, governati dal principio del minimo danno, e presto avrebbe rinunciato anche al guanciale, benché condisse piatti di pasta sostitutivi della carne. Si fermò, gli era parso di sentire un rumore alla porta. Andò a vedere, niente e nessuno, il muretto del cancello deserto come al solito, solo il verso di una civetta, insediatasi nei paraggi da qualche tempo. Richiuse.
 
Unica nota di consolazione la presenza delle due ragazze, incursione inaspettata nella sua vita, peccato tardiva. La sua un’età incompatibile.
Scolò la bottiglia, le brutte feste erano finite, con epilogo positivo per fortuna, mise la sveglia, anche se non ne aveva più bisogno da un pezzo. Si addormentò di colpo. E nel cuore della notte sognò, tanto, ma come, i Pasqualini erano vivi? Tutt’e due, che gli si strusciavano contro affettuosi, testa contro la sua testa? Che sollievo indicibile, che torpore piacevole..
.
.
Mitzi sospese un istante, socchiuse gli occhi sul nulla. Ruppe il silenzio Floriana:
- Mi rinfreschi sul ‘plesso dell’È ‘? Ho la testa un po’ dura -
- L’insieme di esistenza di tutte le cose, il verbo essere in senso assoluto. Mi chiarì a voce che voleva evitare termini come Ente, con lo stesso significato, perché non si sentiva all’altezza della speculazione dotta e voleva rimanere a un livello corrente.
Comunque intendeva il continuum che precede la scoperta del nostro segmento, e l’accompagna finché questo dura. Ma per non dar corpo alle ombre, a una specie di empatia di massa, rifiuta l’idea di inconscio collettivo. Per lui l’inconscio è un principio di individuazione di ciascuno proprio ed esclusivo, come le impronte digitali -
- Lui però cerca l’Anima Mundi -
- Sapendo benissimo di non poterla trovare, l’asola si richiude, e lo spazio vicino si restringe psicologicamente per la sparizione di un volume caro. Ne accetta però l’aspetto anestetico per il suo animo, e ne interroga il concetto fino ai suoi limiti di plausibilità, come a esempio la tendenza al minimo danno, che lo porta progressivamente a cambiare dieta, ma non accampa il soprannaturale, almeno per il momento, anche se bisognerebbe sapere delle tre e quaranta di quella fatidica notte. Speriamo che lo dica -
Nuvola e Fischio guaiolavano dietro la porta di casa, dormivano dentro, sul tappetino loro, il solo modo perché facessero bene la guardia e non rischiassero la polpetta. Floriana andò subito ad aprire, poi:
- Sai che se mi venissero a mancare mi suiciderei? -
 
Ivano non aveva alcun particolare presentimento, però era consapevole del suo contratto a termine con i giorni, per cui aveva fretta ultimativa di concludere la sua esplorazione. Si pose un termine di fine estate, la data della scomparsa di Pasqualino I. Dopo non avrebbe cercato più, appallottolando e gettando nel cestino la sciocchezza dell’anima mundi, e rassegnandosi all’idea della sola memoria transeunte, chiusa nella scatola individuale, scritta nella polvere.
 
- Fermati -
Mitzi sospese la lettura. Floriana con gli occhi lucidi:
- Spero che non si sia arreso, che non si sia sentito a mani vuote - la voce alterata verso l’alto dalla commozione - perché sarebbe ingiustissimo -
- Dai, vedrai che non sarà così - le dette un fazzolettino, l’altra si asciugò, si soffiò il naso, poi:
- Macché, ti ricordi una volta fu categorico, in vita sua non aveva mai avuto una sola esperienza che potesse sembrare “una smagliatura della dura realtà”, queste precise parole -
- D’accordo, non avrà trovato il paranormale, ma una pacificazione transitoria penso proprio di sì -
- E se non ne ha avuto il tempo? È prima della scadenza che si era dato -
- Appunto, quindi non aveva ancora chiuso i battenti -
- Che sezione è? -
- La sesta -
- Allora continua che la finiamo poi filiamo a letto, domattina facciamo yoga ti va? -
 
‘Col tempo ce se ne fa una ragione’ modo di dire che Ivano detestava, l’oblio non era una ragione ma una parte di sé che scompariva. Con questo in testa percorse il tratto sterrato per immettersi nella provinciale, manovra ardua che quel mattino sembrava impossibile. C’era stato un incidente, una betoniera aveva sventrato un suv, che riconobbe dalla targa, era di uno che abitava a qualche centinaio di metri più giù di lui, in una casa abusiva scandalosamente condonata. Un tipaccio, che percorreva la stradina in terra battuta a tutta velocità, incurante di fango e pozzanghere e di chi malauguratamente si trovasse a piedi. Secondo Ivano con ogni probabilità era stato lui a maciullare Pasqualino II.
 
Gatto fenomenale, come il precedessore. Apparso a due anni di distanza dalla morte del primo. Uguale come stazza e colori ma di pelo leggermente più raso, e con occhi più chiari.
Era accovacciato sul muretto, quando lo vide arrivare rispose al suo richiamo, scese e gli si accostò fiducioso. Incontro stupefacente. Per l’appunto il dono metafisico patteggiato nella dipartita di Pasqualino I.
Poi rimangiato dalla gratuità ottusa e inutile del nulla.
Ma la malignità gli fece serpeggiare un altro dono, se davvero era stato il tipaccio..
Era un segno roscetto di vendetta?
 


Inciso da eremo2 alle ore 11:40 commenti (1)
sabato, 27 settembre 2008
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VII
 
Il buon umore gli fece compagnia per il resto della giornata, anche perché arrivando aveva scambiato un paio di battute con Floriana e l’aveva trovata bene, eppoi perché aveva scoperto che l’aria dimessa della ragioniera nascondeva una grinta etica a dir poco meritoria. Ignara della sua presenza l’aveva sentita confidare al telefono che lei inviava copia telematica dei contratti di vendita a un amico nella Finanza, per favorire i controlli incrociati. Una casistica disparata e interessante, intestazioni strane, sedi dubbie, pagamenti tortuosi, garanzie poco chiare, banche non sempre trasparenti, assegni di varia natura, o addirittura alcuni che liquidavano in contanti, e non lasciavano tracce. In seguito si verificavano anche insolvenze ma erano faccende dell’agenzia dei prestiti.
Ivano ebbe così energia e sorriso per superarsi, affibbiando due di quei carri funebri di fila.
 
- Hai capito? Questa proprio non me l’aspettavo, sai chi era la ragioniera? Lina, ecco perché me l’aveva proposta - esclamò Floriana. Mitzi temeva fulmini, invece seguì una conclusione inaspettata: - Brava, faceva bene, io continuerò a non saperne niente -
 
La sua padroncina ne fu molto contenta, ma lo era anche lui, le percentuali che si accumulavano gli avvicinavano rapidamente l’estinzione di ogni debito.
Chissà, avrebbe fatto un viaggio. Era tanto che non ne faceva più, un po’ per le restrizioni in cui si era trovato, e un po’ per l’amabile vincolo dei Pasqualini. Ora forse gli sarebbe piaciuto, andare senza meta per le vie del mondo.
 
- L’abbiamo combinata bella -
- Aspetta, c’è il seguito Flò -
 
Ritrattò subito, non era vero. Una volta girava parecchio anche per lavoro, poi erano subentrati fattori che rendevano il mito del vagabondaggio meno appetibile. Inutile l’elenco delle ragioni, sarebbe stato comunque generico e scontato, ma il disastro del pianeta era sotto gli occhi di tutti.
Per non cercare oltre il suo naso bastava che alzasse gli occhi, sopra casa sua c’era un corridoio aereo con centinaia di transiti al giorno tra charter e low-cost. Infestante, se si pensava che per spingere un jet in Giappone magari carreggiando tripponi in visiera e calzoncini occorrevano novanta tonnellate di carburante di quel passo dove si andava?
 
E non avrebbe mancato l’appuntamento con i Pasqualini, che in cuor suo si era dato con loro fino a scadenza.
Solo un’immagine cara gli venne in mente, di chissà quanti lustri prima, la magia di una notte egea, in un cortiletto terrazzato con un divano messo lì dalla provvidenza, e un’immensa luna arancione che prendeva quota sul tetto piatto della collina di fronte.
Un asino ragliò, altri risposero, e in breve ragliò tutta la valle. Un cane ululò, altri risposero, in breve ululò tutta la valle, un bue muggì, altri risposero, muggì tutta la valle, gufi, gatti, papere, maiali in concerto, eppoi di nuovo l’asino, per quella bella famiglia di animali che faceva l’appello. Dei presenti in vita.
 
Ivano convinse Floriana della necessità di un’altra persona addetta alla vendita. Da solo in certi giorni non ce la faceva, per i clienti le attese si facevano lunghe, e poteva essere controproducente.
- Chi suggerisci? - aveva chiesto lei - Non mi sembra che ci sia gente adatta, tutte brave persone, però non le vedo nel ruolo -
- Forse una c’è, Lina -
- La ragioniera? Ma è così incolore, scipita -
- Se la guardi bene ha lineamenti delicati e un fisico svelto, solo che non conosce il trucco, trova i parrucchieri sempre chiusi, e veste da fuorisede, sai perché? Perché lo è, sta proseguendo gli studi e divide la casa con due compagne. L’ho osservata e ci ho parlato, credo che abbia carattere, riservata e determinata, e con un tratto gentile che può essere accattivante. Poi c’è il vantaggio che conosce tutti i meccanismi. Trovare un altro ragioniere non sarà difficile -
 
Floriana era decisionista.
- Che hai da fare quando esci? - chiese a Lina - Se è sì cancella che vieni con me, la devi piantare con questo nido di quaglie in testa -
Le aveva preso appuntamento, c’era anche il visagista. E non bastò, il giorno dopo la portò nella sua sartoria.
“Mi ripaghi con le percentuali” pareva che le avesse detto.
 
Cambiamento sorprendente, incoraggiata dalla nuova prospettiva la ragioniera era diventata un’altra.
- Hai visto che culetto ha tirato fuori? - disse Floriana soddisfatta.
La guardarono conquistare la sua parte di salone, voce sottilmente gradevole, competenza, fermezza, una cascata di boccoli miele. Confermò subito la bontà della scelta.
Però e c’era da aspettarselo, lodevole deontologicamente cessò la sua delazione alla Finanza. Per quanto sacrosanta in fondo era compito che non spettava a lei, rispettosa delle mansioni responsabilmente assunte.
 


Inciso da eremo2 alle ore 14:42 commenti
sabato, 27 settembre 2008
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Titolo:

VIII
 
Esaptazione, andò considerando nei suoi balocchi prenotturni Ivano, un neologismo nato in paleontologia per indicare cose nate con uno scopo, che nel tempo promuovevano fortuitamente altre opportunità, a esempio il piumaggio, sorto in certi esseri per vantaggi termici, che selettivamente si irrobustiva in penne atte al volo, originando in essi lo scatto evolutivo degli uccelli.
In pratica si rovesciava il luogo comune della funzione che creava l’organo, per esaptazione si doveva intendere il contrario, era la plasticità dell’organo a suggerire nuove funzioni. Il principio si poteva applicare anche al cervello, dove alcune aree preposte a determinate attività potevano prefigurarne altre. Una sorta di retroazione, non era l’insorgenza A che trovava sede nella rispondente zona di neuroni B, ma era la preesistente diponibilità di neuroni B che incoraggiava la potenzialità di A.
 
Frattanto un interrogativo che non c’entrava niente, così banale da risultare pletorico, quanto cattivo nella risposta obbligata.
Premessa un’arrendevole cessione all’animismo, di cui manco si vergognava più - del resto i popoli che l’ammettevano pur poveri o poverissimi avevano sempre un’aria lontana da nevrosi - e premesso che gli sarebbe piaciuto essere accompagnato dagli spiritelli Pasqualini, ora per ora, minuto per minuto, in tutte le complicità del tempo passato insieme, come si poteva tollerare un’Anima Mundi dove il leone sbranava la gazzella? Animucce e animacce? Quello lo faceva per mangiare, l’uomo anche per divertimento, ma le entità in tale groviglio di rimescolamenti dove andavano a finire? Chiaro che non c’era spazio per argomentare. E allora se così addio roscetti in livrea bianca, sarebbero rimasti solo nella sua reviviscenza immaginaria, ma con le ciotole piene e la lettiera pulita. E lui con una insopprimibile malinconia.
 
Ancora due parole però, parlarne gli faceva bene. Pasqualino I doveva essere sui dieci anni secondo il veterinario che l’aveva vaccinato poco dopo l’arrivo, quando era morto perciò stava attorno ai quattordici. Un po’ presto, ma la vita errabonda aveva inciso, segnandolo un po’, e spingendolo a farsi ospitare dal più cretino nei paraggi. Come? A esempio aveva un cimurro cronico, che però la sua intelligenza era riuscita a trasformare in opportunità di comunicazione molto più varie del consueto, bofonchi, gorgoglii, borbottii, mugugni accompagnavano tutti i suoi movimenti, e corredavano il miagolio di una gamma espressiva più vasta, che gli aveva permesso di farsi largo. Sapeva spiegarsi perfettamente, faceva commenti, sovente stigmatizzava. Che scemo a non averci pensato prima, un perfetto caso proprio di esaptazione.
 
Pasqualino II invece era parecchio più giovane, era stato con lui due anni, e al suo arrivo ne doveva avere quattro.
Più giocherellone, meno smaliziato, meno attratto da frigo e spesa, che per il naso del primo erano motivi sempre di grande interesse, era però d’una affettuosità veramente generosa, sprizzava il piacere puro della condivisione di spazio e contatto, testimoniava felicemente e disinteressatamente di una solidarietà a priori. Grande anche lui, dotato come l’altro dello stesso gesto equestre quando chiedeva qualcosa, fosse solo una carezza, la zampa sollevata al passo immobile, gli occhi socchiusi di lato, la certezza ostentata di una rapida soddisfazione.
 
- Che palle - disse Mitzi, e Floriana:
- Vedi, non hai mai avuto un animale e non sai cosa hai perso, né quello che perderebbero loro se potessero essere amati così -
- Il coniuge non li voleva, e sarebbe stato complicato quando dovevo muovermi, oggi sarebbe diverso. Ma ci sono i tuoi, un pochino sono affezionati anche a me, comunque per favore non perdiamo la misura, mi sta anche bene la concezione irenica dell’Anima Mundi, anche se poi finisce tra le grinfie del leone, però.. -
 
Il delirio verso cui stava scivolando Ivano era la riprova che il negoziato col dolore di una perdita avesse trattative non facili, o mutilazione, o pensiero intermittente, lancinante. Tale da sconvolgere una mente lucida, orientandola verso tutto ciò che non avesse esistenza tangibile.
Ossimoro inaccettabile, ma quella solitudine improvvisa e accecante era dura da tollerare, si rompeva il rapporto col mondo, si diventava estranei al consorzio. Si studiava attoniti l’involontarietà del proprio respiro. Un aggregato di atomi che anelavano a salutarsi, per ricominciare la combinazione da zero. Dunque mai più, l’eterno ritorno una balla, se l’universo si ripeteva collassava in fissità.
Allora transeat, mica mancava tanto.
 
- Aspetta, c’è il caffè - cascava propizio, Floriana si alzò sospirando.
- Senti andiamo in centro? Ho voglia di una passeggiata - Mitzi diceva seriamente.
- In centro? -
Uscirono.
 
Rimasero taciturne per un po’.
“Ma guarda che idiota” le uniche parole, all’indirizzo di un sorpasso criminale. Parcheggiarono, provviste di biglietto presero il tram. Guardavano fuori come fossero turiste, in effetti era parecchio che non vedevano più la città. Mattina assolata piacevolmente asciutta e ventilata, colori di smalto e ocra, diversa gente in giro a godersi la festività, diversi negozi aperti, le belle piazze che rincuoravano lo sguardo, il
travertino, qua e là offeso da uno spray. Cartacce e lattine.
 
- Senti ma è possibile che con la taglia quarantaquattro siamo due lardone? - constatò Floriana davanti a una vetrina di capini mini - Poi si lamentano che non vendono, e quelle scarpe? A parte il prezzo, ma manco un fenicottero -
Turisti che mangiavano pizza a oltranza, in pedane che ingombravano le viuzze, motorini e motoroni che s’infiltravano rilasciando miasmi azzurrini, da istantanei giramenti di testa, mancanza di cura e lindore, gelati al neon.
 
Andarono a vedere la Madonna del Pellegrino. Floriana non la conosceva, rimase incantata. Tra l’altro quella bellissima fanciullona cresciuta le somigliava pure.
Mitzi così la portò a vedere altri dipinti di Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, e sulla via del ritorno a piazza del Popolo. Unica nota desolante la brevità della luce che illuminava le opere, bisognava mettere la moneta, trenta secondi dopo tac, si spegneva e bisognava metterne un’altra. Uno choc, che forniva ansia e fratturava la visione.
 
- Forse sarebbe piaciuto anche a lui -
- Che Flò? -
- Essere folgorato come quello -
Erano già in macchina ma il filo non si era interrotto. Intendeva ciò che era accaduto sulla strada di Damasco.
 
 


Inciso da eremo2 alle ore 15:00 commenti
sabato, 27 settembre 2008
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Titolo:

IX
 
D’altro canto però doveva considerare che se anche solo un’unghia dei Pasqualini avesse perforato la tela dell’insondabile sarebbe stato comunque uno squarcio incommensurabile, sarebbe cascata la materia, che ragione d’essere avrebbe avuto più?
E allora quell’unghia semmai avrebbe dovuto prodursi ‘di qua’, e il problema tornava originario, interpretare le coincidenze. Casuali o no? Ne aveva due, di valenza diversa. Era troppo poco.
Quella delle tre e quaranta, benché la più lontana anche la più forte, che però intendeva ancora tralasciare.
 
- No ancora, ci gira attorno, ci rigira, eppoi rimanda -
- Sì è strano, è come se temesse di sciuparla - fece eco Mitzi.
 
E l’apparizione di Pasqualino II, che però per età poteva essere anche figlio del primo, la somiglianza impressionava, muso mantello e robustezza identici, ma il gesto della zampa equestre non poteva essersi trasmesso fra loro, così come l’altra singolare abitudine di sottolineare movimenti e salti con un suono, di norma un gorgoglio. I maschi ignoravano il concetto di prole, per giunta se randagi non potevano aver convissuto.
Quindi il gesto ‘culturale’ così particolare e sicuramente raro di manifestare aspettattive quanto l’altro d’accentare ogni spostamento dovevano averli imparati da una fonte comune femminile, con ogni probabilità la madre, o la stessa di entrambi, quantunque per Pasqualino II dovesse essere una gattina già anzianotta, di almeno tredici anni, o sempre nel suo caso una discendente di lei, cresciuta in quell’ambito di apprendimento. E la coincidenza trovava spiegazioni che lasciavano intatta la sorpresa epifanica della sua comparsa ma sottraevano peso, facendola rientrare nei fatti possibili.
 
C’era poi un’altra ipotesi, che nella crudezza degli eventi pasqualini vi fosse una specie di ‘intelligenza’ del caso, ovvero non che il caso predisponesse, ma che in quella particolare successione si potesse cogliere un aspetto casualmente positivo, un avviso di chiamata. Pasqualino II, sopraggiunto a compensazione del primo, era morto prima che lui per ovvie ragioni lo lasciasse da solo, a campare di stenti e rimpianti, a miagolare in una casa fredda, i fuochi della cucina spenti, ad annusare in tutti gli angoli incredulo, a tendere le orecchie vanamente, in un’attesa sempre più sconfortata, fino alla resa, all’evanescenza di ciò che era stato, inverando la coda fra le gambe.
 
Mitzi sospese la lettura, era un bene anche per Floriana.
- Fusilli alla puttanesca - disse quest’ultima.
“Meno male aveva fame” ritenne la prima “buon segno”
 
- Vero sai, pensa quanto è triste una casa dove nessuno accende più un fornello -
- Infatti, da tempo immemore si dice focolare, non solo materialmente -
- Mi piacerebbe sfondare tutto, non la cucina qui, la sala da pranzo là etc. Nella capannuccia è così -
 
A Pasqualino I, in attesa sentenziosa nei paraggi, quando finalmente si accendeva la fiamma s’illuminavano gli occhi. Ispezionato già il frigo con la testa dentro ogni volta che si apriva s’era fatto delle idee ed era ansioso di riscontri, affidati alle frogette in aria come una pompetta, e a versi un po’ stonati quanto forti, forse da sordacchio.
Poteva capitare allora che con una zampina aprisse uno stipo esplorandolo per ingannare il tempo, o salisse sul piano per fare testa a testa con lui quasi rantolando, avvicinasse il nasetto umido al suo, s’inarcasse pesticciando, e poi scendesse a presidiare la ciotola impettito, fessurando lo sguardo.
Pasqualino II invece, annunciato dall’impiantito a doghe arrivava al galoppo, la coda a bilanciare la svolta ardita, frenata efficiente e i polpastrelli al passo, le palpebre ancora incerte di sonnetto, due sbadigli a chiusa rapida, espressione stupefatta, sgrullata per riprendersi del tutto e tre leccate al petto. Cominciava la sarabanda degli allisciamenti tra le sue gambe, lamentando sonoramente in un frenetico andirivieni la vistosa desolazione del piatto vuoto. Poco selettivo rispetto all’altro nel menu del giorno, ma altrettanto entusiasta del momento.
Quella era l’ora di cena.
 
“Caro Ivano,
in questi giorni ricorre nella bocca della politica più greve la frase ‘staccare la spina’, presa in prestito da un tema di grande rilevanza etica per invocare la fine del mandato esercitato dalla controparte. Non è l’unica, ve ne sono altre altrettanto insopportabili, come ‘malato terminale’, ‘morto che cammina’, etc., ma è quella che mi fa più male. È un’infamia per quanti sono nella mia situazione, tra dubbi laceranti e una sofferenza sorda che non molla. È la fine di ogni regola, è la bassezza civile che schizza sorridente da un merdaio.
Perdonami lo sfogo, a volte sono giù. Altra cosa che volevo dire è che sono grata a te e a Mitzi per avermelo fatto capire. Vieni a cena sabato?
Tua Flò”
 
 


Inciso da eremo2 alle ore 15:13 commenti (1)
sabato, 27 settembre 2008
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X
 
“Cara Flò,
quello che segnali è stato anche rimarcato, ma da pochi in verità rispetto all’indignazione che avrebbe dovuto suscitare, e meno che mai dai vescovi, per i quali l’argomento fin dalla locuzione che lo designa dovrebbe essere sacro e intangibile, dato che su di esso non perdono occasione d’imporre il loro punto di vista, sbraitando e bollando d’inaudita bestemmia relativistica ogni concezione più problematica, e offrendo in sostegno alternativo i servizi di Lourdes.
E quando nelle famigliole vivono teleculi e rosari chi vincerà se non la faccia da culo? I guasti recati al paese da colui che meglio di tutti la incarna sono irreversibili. E i suoi delfini sguazzano nelle sue defecazioni.
Verrò volentieri, Ivano.
PS - Poi a parte traditori e ricattatori di professione  ci sono i duri e puri delle nostre parti, e il loro codazzo di strilloni e strillini, satira talvolta sedicente e masanielli compresi. Ne riparleremo, ma li temo, forse non hanno capito che si tratta di lotta partigiana”
 
Notizie sempre pessime, clima che non aiutava, terra che rovinava incendiata. Vicino e lontano, in piccolo e in grande.
 
- In piccolo la riconfermata stura al lestofante, un modo di svoltare il millennio e trascinarci i guasti fin qui che non si poteva configurare peggiore, in grande tutto il resto, esempio i sei settecentomila morti o più con tutto quel che segue, e la memoria storica e museale della Mesopotamia cancellate per sempre. Cancellate di colpo le origini della nostra civiltà, patrimonio della cultura universale, e un’ecatombe di portata inenarrabile per aggiudicarsi il petrolio di domani, si può pensare a qualcosa di più ignorante e ottusamente criminale? - considerò Ivano.
- C’è stato qualche momento alto secondo te nella storia sociale? - gli chiese Floriana, lui appariva incerto, ci pensò un istante:
- Probabilmente idealizzo, ma penso che la nascita della democrazia ateniese dovesse essere uno di questi. Poi con l’aiuto della fantasia se ne potrebbero cercare altri, più a ritroso ne vedrei uno di carattere del tutto diverso, con una lettura un po’ immaginifica direi la presentificazione architettonica del caso e della rigenerazione simbolica, momento alto nella concezione di abitare il mondo, un’ingegneria sacerdotale con la quale forse doveva misurarsi anche il tiranno.. Ma magari è ora che la smetta -
Mitzi gli riempì il calice col vino della madre:
- Avanti -
Ivano cercò forza nel bicchiere e proseguì:
- Salendo per la collina e arrivando alla vasta spianata il colpo d’occhio sul Palazzo di Cnosso è improvviso, imponente. Le parti rifatte sono discutibili ma palesi, raccordano quelle originali in una visione d’insieme, un po’ teatro di posa, un po’ reale balzo indietro di tremilasettecento anni. Chi già conosce le sue pitture, conservate a Heraklyon, non può sbagliare, e guardando le false può idealmente ricollocarle al loro posto. Ci sono piani emergenti, ampiamente porticati e terrazzati, e altri sottostanti, tre o più, che prendono luce da ingegnose chiostrine. Questi ultimi hanno planimetrie sfalsate, scale di diversa altezza, vani e cubicoli con ingressi e uscite asimmetrici, un insieme che disorienta, che non a caso fonda l’aura leggendaria del labirinto. Tanto più se si considerano percorsi interplanari, dove le possibilità si moltiplicano, e dove se si vuole è piacevole perdersi. Posto che non ci si debba accodare al tracciato di altri, si entra nell’ordine interattivo di una combinatoria ‘infinita’, da cui ogni volta secondo la via d’uscita si riceve un’assegnazione diversa -
- Maniscalco o re - chiuse Mitzi.
- O cuoco di questi eccellenti cannelloni - aggiunse lui.
 
Ripresero il tema comodamente di là, ancora un bicchierino, chiaro che poi Ivano dovesse trattenersi, così si lasciò andare a un secondo sproloquio:
- A proposito di rigenerazione tra altre vette metterei la pittura matematica del nostro ‘400, la prospettiva come capacità di rappresentazione interiore del mondo, nel tassellato cromatico la dolce rispondenza dell’uno col tutto, l’equilibrio sempiterno, le sezioni auree dei manufatti, l’armonia della Polis, dell’agro pettinato, la compostezza volumetrica delle figure, l’astrazione complessiva di un accordo superiore, riferimenti che in alcuni casi si traducono in progettualità reale, come la città palazzo urbinate. Mi fermo qui, perché poi c’è una rigenerazione che andrebbe presa alla lettera -
Si fermò, non ci fu verso di fargli cambiare idea, né che accogliesse la seduttività delle due fanciulle, anzitutto perché continuava a sembrargli impossibile che fosse diretta a lui, poi perché anche considerando tale remota ipotesi non le avrebbe mai contaminate con la sua attempata negatività. Era quanto aveva stabilito inderogabilmente, dopo alcuni vigliacchi vagheggiamenti su quella impensabile eventualità.
Tuttavia non gli riusciva di astenersi dalle mazzate delle loro carni levigate, delle loro labbra, di occhiate febbrili o sconfinate che sembravano colpevolizzarlo di qualcosa, finché non vollero che si mettesse in mezzo per fumare meglio, e gli si strinsero contro.
 
 


Inciso da eremo2 alle ore 15:22 commenti (3)
lunedì, 29 settembre 2008
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 CAPITOLO TERZO
 
 
 
 
 
I
 
Ormai conosceva quel tipo di languori ingovernabili della domenica pomeriggio, dopo essere stato a cena da loro il sabato e aver dormito nella dependance. C’erano però differenze rispetto alla volta precedente, il tempo s’era guastato, pioveva e si sentiva meno elettrico, e dell’epilogo della serata ricordava tutto. Se n’era vergognato al mattino, davanti all’aria serafica delle due, e non aveva smesso di pensarci.
Mitzi l’aveva accompagnato a letto, non perché fosse malfermo, semplicemente come graziosità ospitale. Lui si era steso un attimo, lei s’era seduta accanto, carica di potenza a vista su cui non era più bene indugiare, essenze dalla pelle, suadenza di voce leggermente arrochita. Gli aveva chiesto che programmi avesse per l’estate. La sua riposta era già confezionata, estrapolabile dal tema del viaggio su cui si era soffermato di recente.
“Non lo so, non ne ho idea” le aveva detto “agosto non è buono per muoversi, e forse è già tardi per prenotare, poi non ho slanci, temo l’appiattimento dei luoghi, e il turismo col cappelletto a visiera”
 
A lei intanto era caduta un po’ di cenere sopra i suoi pantaloni, a un’altezza abbastanza riservata, che non l’aveva scoraggiata dal fare della mano una premurosa spazzolina. Che non aveva più ritratto, fino ad approfondire il sito, ingraziarselo, farlo lievitare, e con lui paralizzato portare pervicacemente a termine una sconsiderata operazione, con tanto di copiosa conclusione di cui parve compiacersi.
Per Ivano qualcosa di memorabile e rivoluzionario. E la viltà delle sue deroghe, di cui si dava pena.
S’era verificato per così dire un salto di qualità nel rapporto, con la sua colpevole acquiescenza e l’intraprendenza dell’inaspettato. Fatto curioso poi che si fosse trattato di un’iniziativa del tutto unilaterale e univocamente orientata, cosa che aveva avvertito chiaramente, e rispettato esimendosi dalla reciprocità non appena sviato un suo timido tentativo.
Lei poi l’aveva nettato con un paio di fazzolettini, era andata in bagno, aveva scaricato, di ritorno l’aveva sfiorato con un bacino sulla guancia e spenta la luce se n’era andata.
 
- Sei una stronza, ma degna di ammirazione -
- Grazie Flò -
 
Insomma un’avventura che certo non era stata qualunque, restava da chiedersi anche cosa ne pensasse Floriana, anzitutto se l’aveva saputo. A giudicare da un nonsoché di garrulo con cui circolava la mattina sembrava esserci complicità.
Eccolo lì, a guardarsi vivere in poltrona, a rimuginare sulla propria debolezza e incapacità di determinazioni costanti. Ma con Mitzi era difficile, era più determinata lei, il suo esporsi non poteva essere ferito da una resistenza di principio. Oltretutto lui non sapeva proprio più come confrontarsi con una donna, era incerto, fragilissimo. Inutile che tuonasse, gli uscivano balbettii.
E a parte prendere l’ombrello inutile che andasse al biancospino, gli sembrava di aver rotto un’alleanza.
Svoltò le diciassette e i minuti che seguirono grazie a una mail di Floriana, alla quale non aveva ancora osato scrivere.
 
Caro Ivano,
grazie per essere venuto, la tua pedanteria ci regala belle serate, è piacevole parlare di cose inusuali (almeno per me), anche perché sul fronte dell’intrattenimento sono demotivata, i cinquanta pollici al muro sono quasi sempre spenti, tranne le notizie (ho imparato da te). Non ho risorse salvo Mitzi, qualche libro (non quelli che piacciono a te), oggi me ne ha dato uno lei che ho appena cominciato e sembra bellissimo, poi ti dirò, e appunto la tua conversazione. Ecco che si spiega come tu sia gradito. A parte ciò poi mi piaci e ci piaci quale persona, questo l’avrai capito, anche se per favore la prossima volta la mela sbucciala con le mani, sennò te la sbuccio io. E come uomo non sei da buttare. Smettila di trattarti da vecchio quando non lo sei. È un vittimismo che a dire di Mitzi ‘ha del caricaturale e una vena di codardia’. Puoi fare ancora cose belle e vitali, e questa tua ritirata anticipata che vorresti esercitare è davvero deplorevole.
Tra l’altro penso che in questo preciso momento ti puoi sentire solo, come ci sentiamo noi,  l’accidia del crepuscolo domenicale è terribile - lei di là che lavora per coprirla ricorda con terrore il marito che seguiva le partite, e pensare pure io - quando l’ora dei tegami è prematura ma si avvicina, e tu cominci a stare in sospeso tra ciò che stai facendo e quello che farai. I panini vanno bene una volta, ma poi ci s’intristisce, quindi fra un po’ smetterò di leggere. Fuori piove e non si può uscire, lì?
Ciao, Flò”
 
Nessun cenno all’accaduto. Ivano aveva risposto ringraziandola per gli apprezzamenti, e ricambiando si era anche un po’ sbilanciato sul loro fascino, da cui inutile negare ammise di sentirsi attratto. Contestò invece che il suo fosse piagnisteo da vecchione, purtroppo era una distanza registrata all’anagrafe, lui stava diversi piani di scartoffie sotto a loro. Confermò poi la svolta pomeridiana dell’accidia, ma non si dilungò, era l’ora quella in cui Pasqualino I lasciava il cesto, si stirava, e lento pede andava a far la guardia al frigo come un’incombenza imposta, accigliato perché nulla ancora si muoveva.
Non desiderava parlarne, con loro aveva sempre taciuto dell’epopea dei roscetti, per lui era ancora una partita aperta, un sodalizio segreto col grande sacco nero, e la speranza che una zampina tenace lo perforasse.
 


Inciso da eremo2 alle ore 08:17 commenti
lunedì, 29 settembre 2008
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II
 
- Fermati Mit, un minuto di silenzio -
Floriana chiuse gli occhi, rovesciò la testa all’indietro, e Mitzi pure trovò di che astraersi. Restarono così, più di un minuto, scavando nel proprio.
- Il dramma di un razionalista che per affetto si dichiara disponibile al pensiero magico - disse Mitzi rinvenendo per prima.
- Lo trovi sbagliato? -
- No, la razionalità deve essere priva di pregiudizi, altro conto poi è la verifica, lui sapeva benissimo di votarsi a una scelta che da questo punto di vista non aveva alcuna possibilità di successo, però lasciava ugualmente che i sentimenti prevalessero, non tanto per ciò che comunque non poteva succedere, ma per quello che succedeva in lui, dentro di sé, guardarsi andare, ma da razionalista. E si può capire, ormai anche noi siamo abili nel vederci da dietro no? Ricordi quando rovesciando i termini del cogito parlava del plesso dell’È? A un certo punto ha deciso di assecondare quella deriva anteriore, per andare a vedere in quei luoghi dove fosse pensato, e sopraggiungervi come io senza interferenze intenzionate. Lo dico perché ho sbirciato il seguito -
 
Quando preparava in quelle condizioni non andava bene. Gli passava anche lo voglia di mangiare, se lo faceva e cercava un piatto sano era solo per disciplina, un minimo di prevenzione salutista. Se non si curava un po’ chi l’avrebbe curato? Almeno fino al clic di chiusura, su cui per fortuna del suo punto di fragilità poteva contare come episodio di fulminazione.
Accese i fuochi, la malinconia di un Pasqualino II tradito, che gli fosse sopravvissuto abbandonato e randagio, che sarebbe tornato a cercarlo chissà quante volte per ripiegare miagolando tristemente senza poter capire, scacciò l’altra di non vedere nessuno, neanche il primo, che all’odore di pane tostato si entusiasmava, gli guarniva apprezzabilmente il tonno.
“Care Fanciulle” avrebbe scritto loro dopo aver apprezzato bruschetta cacio insalata e un bicchiere fresco di cantina, “torno sul cogito per l’ultima volta con la seguente aggiunta:
 
È me, dunque io sono pensato dove vengo ad essere
 
e avrebbe circostanziato che in quel vengo c’era un ritardo quantificabile in millisecondi. Secondo le ricerche di un neurofisiologo infatti era acclarato che la volizione di un atto, a esempio muovere un dito, impiegava per tradursi in pratica dai centocinquanta ai duecento millisecondi. Ma la decisione di farlo perveniva alla coscienza dai trecentocinquanta ai quattrocento millisecondi dopo che le aree cerebrali a esso interessate per la sua esecuzione si fossero messe in moto occultamente, predisponendone la determinazione consapevole. Sommando le frazioni si aveva un arco di cinque seicento millisecondi, di cui i primi due terzi inconsci, di preesistenza all’atto stesso.
Stupefacente. Avrebbe concluso allora:
 
È me, dunque io sono pensato per muovere un dito, là dove addivengo muovendolo.
 
Ciao paperelle e buonanotte. Era ancora da B a A, dove B chiamava, e la coscienza A un organo virtuale che nel neuronale andava a dire: presente!”
Sul cuscino non trovò requie subito. La sindrome del piumino non più condiviso, già soffice terra di conquista artigliata dolcemente a ogni cambio di postura, ancora infiltrato di quel pelo noto che non cedeva ai lavaggi, era sempre un pensiero siderale poco raccomandabile.
E le due ragazze, che risalivano la corrente di dispersione e battevano forte, ben più della sua difesa velleitaria, ma anche della capacità di accoglierne le istanze.
Ora poi che Mitzi col suo salto spericolato aveva ampliato il registro delle corrispondenze, da affettuosi riferimenti di una comunicazione privilegiata, oltre cui lui censurava, al permesso di considerarle per intero a complemento della stima, e pascersi di quei ventri tizianeschi spesso scoperti, disvelandone l’increspatura.
Prevalse però un’altra cosa, forse per pudore forse per amore panico, la notizia di cronaca cittadina rilevata al mattino sul giornale che segnalava la morte di un monsignore, parroco molto benvoluto di una chiesa del centro, il quale amava gli animali, che benediceva, e riteneva che andassero in paradiso, confortato un tempo in questo anche dall’ultimo papa di nome Paolo.
Bel modo di prendere sonno per un neoilluminista. Bel neo stampigliato con teo. Ma un grano di follia aiutava.
Il breve lasso ipnagogico fu dedicato alla sospensione d’animo che gli dava Piero, il sublime maestro borghigiano, una stanza museale a Sansepolcro, da un lato il grande mantello della Misericordia virginale in cui riparare, dall’altro l’eroica Redenzione, con un piede sul sacello, e sull’umana guardiania dormiente.
 


Inciso da eremo2 alle ore 08:34 commenti


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